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Lavori in corso.

Troppo lungo da leggere, non mi va di farlo (vai in altre sezioni del sito): Io sono un essere umano come te, ma sono strano.

Versione lunga: Caro/a te,
anche se potrei soltanto stare scrivendo questo a me stesso (o pensando) come faccio spesso, tu non mi conosci, o piuttosto, tu sai cosa (o quale problema) potresti, puoi, potrai, stai per capire basandoti sugli elementi che sto mettendo uno dopo l'altro come questo. Sono solo elementi o essi nascondono dei processi? quali processi sono dietro di te? e cosa scriverò dopo questo? chi lo sa? Oh, me, e te.

Mi capisci? Ehi, sto parlando con te. Questo è solo il primo messaggio. Lo è? come faccio a parlare a me stesso? Devo essere pazzo o qualcosa del genere. Oh, vedo bene cosa sto facendo, parlando e scrivendo e dio solo sa in una lingua che non è neanche propriamente mia. Le persone si sentono come se fossero dio. Sì? che? Una metafora! Avanti! Potrei fare meglio di così, lo so che potrei, me l'hanno detto. Credo (ho creduto) a loro. Mi fido (son fidato) di loro. Voglio (ho voluto) loro bene. Li/e rispetto (ho rispettati/e). Penso e ho pensato a proposito di loro. Li/e sogno e ho sognati/e. Parlo e ho parlato di loro, e parlo (ho parlato) con loro, eppure non lo sto facendo, adesso. Sto parlando con te. Ti piaccio?

Questo sono io, adesso. Questa potrebbe essere la realtà, sempre. Questo è stupido, veramente.
Ti ho trovato/a. Diciamo questo per primo. Probabilmente ti ho finalmente trovato/a. Piacere di conoscerti, diciamo. Quasi a tutti.

Chi sono io?

A volte mi piace pensare che sono tutto tranne una persona normale, se tale normalità veramente esista. Potrei essere normale, forse anche senza saperlo. Altre volte devo pensare sulla realtà del pensiero e le lettere e i numeri e le immagini e chissà che altro, più piccolo e più grande, che smetto di interessarmene.

A ogni modo, al di là del menu qui sopra, includerò anche links ai miei profili se trovi l'idea di me in qualche modo alquanto interessante.

Cordiali saluti,

Antonio Monachello

Curriculum Vitae et Studiorum e Portfolio

Sommario

Piedi per terra e occhi che guardano ovunque.

Dal 2006 a oggi lavoro a questo sito come Web developer, designer e scrittore.
Dal 2000 al 2003 sono stato Co-Amministratore e Community manager (forum e chat) presso vgmaker.com (non più esistente), la più grande comunità di creazione videogiochi amatoriali del tempo. Tra gli altri, i miei ruoli principali erano quelli di amministrare il sito e la comunità e la promozione di attività.

Istruzione

Master of Arts - Københavns Universitet (Università di Copenhagen)

Al candidatus magisterii Antonio Monachello
è stato conferito il degree (laurea) di Master of Arts in Media Studies in data 08/06/2015

Profilo delle competenze per il programma
Il Master (corrispondente alla laurea di secondo livello, ovvero Laurea Magistrale, in Italia) fornisce lo studente laureato di profonde competenze in media e comunicazione, incluse quelle in contesto cross-mediatico. Gli studenti laureati possiedono conoscenza di e competenze nelle teorie e nei metodi fondamentali per capire il ruolo dei media nella società moderna, e sono capaci di analizzare problemi complessi associati alla comunicazione in imprese e organizzazioni private e pubbliche. Gli studenti laureati hanno inoltre conoscenza di estetica e generi dei media, della relazione tra società, cultura e istituzioni mediatiche, e dell'interazione tra media, comunicazione, destinatari e utenti. Essi inoltre possiedono una particolare abilità nell'associare conoscenza teoretica di media e comunicazione con presentazioni e comunicazioni funzionali, e hanno discernimento dei generi centrali di comunicazione. Gli studenti laureati sono capaci di un lavoro che trascende la cultura mediatica moderna, e il Master fornisce competenze in stampa, audiovisione e nuovi media digitali e forme di comunicazione. Essi possiedono una profonda conoscenza delle condizioni dei media danesi, ma anche forti competenze in relazione alle condizioni dei media internazionali. Infine, il Master in Media Studies fornisce i requisiti per ulteriori studi, inclusi i dottorati di ricerca.

Sommario di esami e voti

La tesi (in inglese) verrà uploadata prossimamente.

Esame: Tesi (30 crediti ECTS)
Videogiochi e Distribuzione digitale: La rivoluzione di Steam; 7 C

Esame: Organizzazioni e Istituzioni dei Media (15 crediti ECTS)
Corso: Cinema Europeo Contemporaneo
Il cinema Europeo contemporaneo nella transizione al digitale (in inglese); 10 B

Esame: Opzionale 1 (esaminatore esterno) (15 crediti ECTS)
Corso: Nazione, Fede, Identità e Media Moderni
Sull'esattezza nei media - Girlfriend in a coma (in inglese); 12 A

Esame: Opzionale 2 (esaminatore esterno) (15 crediti ECTS)
Corso: Teoria Cognitiva sui Film
Film tristi (materiale dell'esame non più disponibile); 02 E

Esame: Produzione e Comunicazione di Film e Televisione (15 crediti ECTS)
Corso: "Il viaggio dell'eroe"
Adattamento filmico de Il Segreto di Monkey Island (in inglese); 4 D

Esame: Studi sul Pubblico e sugli Utenti (15 crediti ECTS)
Corso: L'Estetica Precaria
Instagram, nostalgia e le foto precarie, sociali e filtrate (in inglese); 10 B

Esame: Media, Estetica e Generi (15 crediti ECTS)
Corso: Effetti Digitali e Narrazione Filmica
Cinema digitale e il paradosso del realismo: un viaggio inaspettato con Lo Hobbit (in inglese); 4 D


Laurea triennale - Università degli Studi Roma Tre

Facoltà di Lettere e Filosofia, Laurea di primo livello in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo (D.A.M.S.), con voti 110/110 e lode.
Titolo della tesi: Tra il Web e il satellite. Current TV, uno spazio orientato
Relatore: Prof. Denti Alessandro
Argomento della tesi: Strategie comunicative della televisione

Ho superato i seguenti esami:
Esame                                                     	Ssd		Data		Voto	Crediti ECTS
Lingua e traduzione – Lingua Inglese 1		                L-Lin/12	29-09-2005	30/30 	9
Storia e critica del cinema	                                L-Art/06	24-02-2006 	30/30 	9
Introduzione alla storia contemporanea				M-Sto/04	13-11-2006 	28/30 	4
Storia e tecniche della fotografia				L-Art/06	23-01-2007 	28/30 	4
Elementi di teoria e tecniche delle comunicazioni di massa	Sps/08		06-02-2007 	27/30 	4
Lineamenti di storia dello spettacolo				L-Art/05	21-02-2007 	29/30 	4
Letteratura, arti visive e pratiche dello spettacolo		L-Fil-Let/14	26-06-2007	29/30 	6
Lineamenti di storia della danza moderna e contemporanea	L-Art/05	03-07-2007 	25/30 	4
Teatro e spettacolo tra Oriente e Occidente			L-Art/05	05-07-2007 	30/30 L 4
Struttura e linguaggi 1						L-Lin/10	27-09-2007 	25/30 	6
Movimenti e scrittori nella letteratura italiana del Novecento	L-Fil-Let/11	05-02-2008 	29/30 	6
Storia della musica						L-Art/07 	23-01-2008 	30/30 L 4
Teorie dell'arte e dell'esperienza estetica			M-Fil/04 	29-01-2008 	30/30 L 6
Tecniche del lavoro di gruppo					M-Psi/06 	28-02-2008 	30/30 	4
Laboratorio di sceneggiatura 					L-Art/06 	18-06-2008 	Idoneo  5
Processo produttivo di uno spettacolo				Secs-p/10	25-06-2008 	30/30 	4
Storia della musica 								07-07-2008 	30/30 	4
Creazione di impresa culturale 					Secs-p/10 	16-07-2008 	30/30 	4
Proiezione film 2		 						23-09-2008 	Idoneo 	4
Media digitali: TV, video, Internet		 		L-Art/06 	28-05-2009 	Idoneo 	4
Ricerca bibliografica				 			 	28-05-2009 	Idoneo 	3
Fondamenti di informatica 					Inf/01 		26-06-2009 	30/30 	4
Analisi drammaturgica dei testi					L-Lin/10 	30-06-2009 	26/30 	4
Cinema e media elettronici 					L-Art/06 	30-06-2009 	18/30 	4
Elementi di etnomusicologia 					L-Art/08 	30-06-2009 	26/30 	4
Idoneità di lingua danese			 				30-06-2009 	Idoneo 	4
Istituzioni di storia e critica del cinema I	 		L-Art/06 	30-06-2009 	26/30 	5
Storia dell'arte moderna					L-Art/02 	30-06-2009 	26/30 	2
Storia contemporanea 						M-Sto/04 	06-07-2009 	30/30 L 6
Cinema Nord Americano 						L-Art/06 	10-07-2009 	27/30 	6
Teorie e tecniche dei nuovi media 				Sps/08 		13-07-2009 	30/30 	6
Maestri della drammaturgia italiana del Novecento		L-Fil-Let/10 	20-07-2009 	28/30 	6
Lingua e traduzione - Lingua spagnola				L-Lin/07	15-09-2009 	28/30 	6
Storia dell'arte contemporanea 					L-Art/03 	22-09-2009 	29/30	8
Culture e formati della televisione e della radio		L-Art/06 	29-09-2009 	30/30 	6
Prova finale DAMS								09-12-2009    	Idoneo 10
Totale											    110/110 L 183 

Lingue

Italiano: Madrelingua
Inglese: Conoscenza ottima
Danese: Conoscenza base
Spagnolo: Conoscenza base

Competenze comunicative

Possiedo buone competenze comunicative acquisite durante la mia attività universitaria.

Competenze digitali

Ottima padronanza degli strumenti della suite per ufficio (elaboratore di testi, foglio elettronico, software di presentazione);
Ottima padronanza dei programmi per l’elaborazione digitale delle immagini e dei video acquisita come fotografo e videomaker a livello amatoriale;
Ottima conoscenza di HTML e CSS, buona conoscenza di HTML5, CSS3, PHP, MySQL e Javascript. Conoscenza base di C++.

Patente

Patente di guida B

Portfolio

Web Design e Development:
Vecchio sito (maelstrom2.com) (2004)
indiestar.it nel 2006
indiestar.it nel 2007 (1)
indiestar.it nel 2007 (2)
indiestar.it nel 2012
indiestar.it nel 2013

Montaggio video:

Realizzato per un esame in storia della musica.

Scegli un luogo dalla lista seguente. Foto scattate nel biennio 2008-2009 con una Fujifilm Finepix A203.

danmark københavn: - city - amager - amager strand - christiania - frederiksborg slot - home - louisiana - metro - rundetårn; holbæk & møn.
italia bologna; casalecchio di reno; roma; cefalù & malpensa.

Questa è una serie di racconti da leggere quando hai poco tempo o spaziotempo.
Per la serie: cinque minuti in bagno, in metro, in sogno.
I titoli sono adattati da canzoni, i testi dalla realtà, l'ordine idealmente achirale.
Tra il titolo del racconto e il testo troverai dei link alle canzoni prese come ispirazione per i titoli.

Regole e avvertenze
Ha! Una serie di racconti, certo. Invece no! Qui comando io, ecco le regole à la carte, ordinate come vi pare:
1. Questo è un gioco;
2. Io stesso sono un giocatore, così come te, un altro giocatore;
3. Puoi smettere quando ti pare;
4. L'adrenalina non è garantita, le ridondanze son tollerate, le interpretazioni son libere;
5. Sembra tutto confuso, aspetta che accendo la luce;
6. Ma l'ho spento o continua?
7. Forse non capisco dove vorresti arrivare ma se vuoi ti aiuto a scavalcare o scavare;
8. Gli specchi e i sistemi sono quasi totali;
9. Chi perde paga il conto, ma al momento è gratis;
10. Tutto è un gioco, in costruzione, dei giocatori: le cose cambieranno;
J. Fanculo le regole, facciamo come ci pare!
R. Non mi pare il caso, sarebbe troppo confuso!
R. Silenzio! Qui comando io! Questo non è un gioco! Le cose son serie, l'interpretazione unica! Via alle danze, sipario, azione, titoli, elenchi, categorie, parole, contatto!

fine



AMORI PRIMORDIALI
ANALOGICO-DIGITALI


prologo? limite 0/1
0. Fermo! Chi ti credi di essere?


Offlaga Disco Pax - Fermo!, Spice Girls - Who Do You Think You Are

-Ciao! E tu chi ti credi di essere? chi saresti?
-Ciao. Chi sarei? Bella domanda! Fondamentalmente, con parole più o meno semplici? Ci provo, in ordine sparso:
Sono un lettore, voglio soddisfazione crescente e identificazione totale, sopportabili considerazioni sui minimi e massimi sistemi universali e la concatenazione dei livelli, sulle parti del tutto, sulle riflessioni tra l'io e il tu, il singolare e il plurale, aneddoti sagaci, stupidità non indifferenti, accelerazioni semantiche, ricercatezze, originalità a iosa e qualcosa più d'uno iota di musicalità, solente resisto sino all'ultima riga ma a volte sono snob o almeno così intendono. Lo faccio tutti i giorni, con quello e quelli che mi stanno davanti; sembra serio o stancante ma siamo fatti così: ognuno ha una parte, qui non siamo ancora partiti e i ruoli non sono stati ancora ben decisi.

Sono un testo che avrai sicuramente paura a leggere e/o comprendere, che spero non ti annoi, ma prova a farlo e aiutati con della musica da ascoltare magari, fai tu, mi fido. Il tuo tempo è prezioso e questa ti pare solo una pagina di un diario inquieto. Ma sono anche un autore, un paziente zero, una lista che pare infinita, complicata, ermetica, ma pur destinata a tutto il non per forza semplice pubblico, oltre che destinata a espandersi; sono pieno di segni, anche quelli di interpunzione, ma non di immagini, se non immaginarie; sono una presentazione irreale, virtuale, reale, attuale: e sono giusto passato qui per caso, eh, che male ho fatto? Ma sono giustamente anche lì, sono un'identità mal celata e probabilmente indiscernibile, sono un essere umano, una persona come tante, un uomo senza qualità, che dorme e pare non svegliarsi, e una piccola donna in potenza, che dà ordini gentili.

Sono mio padre, ma anche mia madre, i quali mi hanno dato un nome e un cognome fin quando non sono diventato un pronome, un aggettivo, un verbo principiante, una voce da registrare e riascoltare con sorpresa, una grafia all'inizio sbilenca, uno pseudonimo, un eteronimo, un pensiero su carta, una firma da decidere, una versione intraducibile, sono lui, ma anche un po' lei, sono un terzo escluso, in mezzo, una dimostrazione sconclusionata, una premessa apparentamente senza senso, un'ordinata confusione di masse, un filo labirintico, un cittadino impopolare, un agnostico religiosamente non convinto, fiducioso comunque nella comunicazione pure quando sembra non fidarsi, un master di media, un genio stupido, un folle savio, uno schiavo dei luoghi comuni, un dottore che viaggia tra le storie dei pianeti o forse solo umanista, non per questo meno scienziato, un esperimento nella media, un privilegiato sopravvissuto, una categoria complementare e una classe indistinta, una percentuale del totale, un giudice con pochi valori, un avvocato del diavolo, una citazione, un'ispirazione controllata, un adoratore e rovinatore di muse, un artista in fallimento, una maschera e, chi lo sa, solo una?

Sono un attore allo specchio, un correttore con una sola bozza da correggere, un editore di sé stesso, un dialogo interminabile, uno sbadiglio che rompe le barriere, un grande sonno, una grande storia personale, un grande sparo, un grido della singola particella! e una parabola discendente e ondeggiante, una singolare normalizzazione, una dimensione trasversale che incrocia le altre, un eroe dei nostri tempi, uno che esce fuori dal gruppo solo per vederci meglio, un cosiddetto malato, un ipocondriaco, un sogno lucido, un animale incatenato a un albero evolutivo, una natura che si ribella ciclicamente, un presente da aggiustare, uno che obbedisce alle regole ma vuole anche cambiarle, un leader silente, un rivoluzionario nei fatti delle parole, uno studioso.

Sono un sistema nei sistemi, una ripetizione, un niente di nuovo, un vecchio che avanza, un'antica modernità, un'utopia distopicamente realizzabile, un logico sentimento, un tremendo amante, un desiderio a volte non corrisposto, un'intesa tra sessi pari e dispari, un genere tra i tanti, una cornice contenuta, una trasmissione di piaceri, un rilascio rimandato, un pianto nella risata, una viva contraddizione in termini, una coerenza talvolta inconsistente, una negazione positiva, un postulato che ti àncora ancòra al fondo, una filosofia numerica, un gioco di ombre e di parole, che sembra aver movimenti rilenti, o anche all'indietro, ma va veloce, dal vero.

Sono un familiare solitamente poco o molto significante, un parente scomparso, che sia vicino o lontano, un'analogia di binari, una moltiplicazione additiva, una logica confusa, un problema da risolvere, un pezzo di puzzle, un serpente che si morde la coda, una reazione chimicoelettrica, una fusione globale, una fissazione costante, uno spirito del tempo, un demone, un ironico e sarcastico, un fumetto anche animato, un terrore che svolazza nella notte, un incrociatore di flussi, un indagatore dell'incubo, un androide paranoico ma fondamentalmente innocuo.

Sono un controllore pentito, uno stronzo dialettico, un consiglio non obbligante, un discorso senza fine, un passivo aggressivo, un attaccante che sta anche in difesa, un portiere di notte, una parata scostumata, una moda archiviata e poi ripresa, una babele di lingue intercambiabili, un dialetto non voluto ma capito, un italiano all'estero anche nella propria città, un figlio fin troppo voluto, una stanza da abbandonare, un errore da dimenticare, un profeta senza patria né discepoli, un eremita ridicolo ma in sé vittorioso; sono una stella danzante, un esercizio di stile, una sintesi dell'anima, una definizione indefinita, un'eccitazione sinaptica, un cervello pieno di strade dentro un corpo pieno di cicatrici, una vita vissuta e sudata, un cuore e un universo messi a nudo che paiono illimitati, un limite che prova a superarsi, una soglia da varcare, un elenco tutto sommato in difetto, un insieme di tanti quanti, quali non si sa, non ancora.

Sono un regalo non proprio divino, una perfezione irraggiungibile, un futuro vicino, un silenzio inaspettato, una fine confusa che non spero non ti lasci senza fiato, quando per un secondo rifletti dentro e fuori e la rifrazione è irrisoria, questo sarei, tutto il poco che riesco a in qualche modo ricordare fino a questo non proprio esatto momento e che provo praticamente a raccontare: solo se provi a esserlo anche tu, anche, forse non essenzialmente tu; tu? pronto? c'è qualcuno? nessuno? Oddio, che ansia generalizzata. Dovevamo proprio ridurci così. Nel caso c'è sempre spaziotempo da poter ordinare, anche se qui e alla fine non sembra tutto così ordinato.

Allora, dai, giochiamo?

#0.3 Una palla da demolizione! Ecco, arrivano tutti i segnali e i segni

Miley Cyrus - Wrecking Ball, Autolux - Here Comes Everybody, Maxïmo Park - Signal And Sign

Non hai voglia? Dai, giochiamo! Giochiamo con le parole, perché no? Va bene, le apparenze ingannano e andando a fondo si rischia di annegare, ma prima o poi sarà chiaro che stiamo simulando, solo simulando, l'autonomia è salva! È un peccato, forse? Conosci forse un modo migliore per tornare bambini?

Bambini non speciali, ma neanche scemi, bambini normali, di quelli che in qualche modo dovranno pur giocare, pur dovendo lavorare. Di quelli che prima o poi si scontrano con la tanto aspettata durezza della realtà e ne devono fare i conti nei fatti e nelle parole. Contare anche quando non si conta. Se solo fosse facile, tornare semplici come una volta, più a contatto con l'apparente origine delle cose. Solo da adulti però si hanno gli strumenti adatti, per poter scalfire quei significati che sembrano cristallizzati: la plastica è solo una recente scoperta, d'altronde, come pure l'umanità. Scoprirsi però non è facile né assicurato. La meta è sempre quasi irraggiungibile, e a essere così plastici si rischia di scivolare nel caos, dopo tutta quella fatica poi! Sono adulto adesso, non più bambino: o sì? o perché no? Non si smette mica di far ruttini.

Basta solo tanta energia, anche non costante, ma ben diretta, focalizzata verso tutte le direzioni. Basta un poco di allenamento,´la teoria non viene mica solo prima della pratica. Quante teorie diverse però sembrano esserci, quante pratiche apparentemente diametricalmente opposte, su binari opposti, polarizzati! Dimmi, però, ci son solo paralleli qui, o anche meridiani? E le meridiane? Che solitudine però, fuori dentro tutto gli scontri, scambi, e sovrapposizioni di idee.

Perché voler lottare fino al presunto top della società, quando puoi comodamente pensare la luce, all'aperto o in fondo al tunnel? Non agire, neanche parlare. Fino a che punto però? Prima o poi si dovrà pur dire qualcosa, o almeno lasciarne i segni. Tanto più che sto scrivendo, qualcosa scrivo. È che ci sono determinati momenti in cui neuroni e sinapsi sembrano proprio non fermarsi e chissà se mai lo fanno. Io scrivo e tu leggi. Non fermarti, ti prego, ma fai qualcosa, parla, rispondi, emergi: cosa capisci? Dovrai pur dirmelo ma per il momento non fermarti. Non aver paura di affermare di avermi trovato in questa o quella espressione: piuttosto, non hai mica paura di ritrovare te e tutti i sistemi, tu qui?

Di solito le persone si fermano, mi impongono l'halt molto presto, più o meno relativamente, s'intende. Una scusa vale l'altra: figurati che una persona mi disse che stavo facendo dello stalking mascherato da curiosità, perché ho cercato di capire quanto fosse reale quella persona, semplicemente perdendo 5 o 10 minuti del mio tempo a cercare un suo profilo sociale. Ti giuro che era davvero solo quello il problema, una volta accusato ho giusto mandato un messaggio di scuse e saluti. Ovviamente non è sempre così semplice, questa era davvero una storiella da nulla. I messaggi di scuse e saluti sono molti di più, anche con la stessa persona, anche sugli stessi argomenti, tentando pur sempre di mischiare il passato con un futuro altrettanto idealizzato ma che si qualifica e quantifica per ore o minuti, secondo un presente molto solitario, catastrofe e cura.

#0.6 Un riflettore? Un confessore? Sempre meglio di uno specchio

Arcade Fire - Reflektor, Joe Walsh - Confessor, Bon Jovi - Always, Massimo Volume - Meglio Di Uno Specchio

È chiaro, è capitato anche a me di fermare altre persone, ed è anche per quello che quelle dell'intelligenza, dei pensieri, delle paranoie, della comunicazione, dell'ossessione, della confusione, possano essere più o meno solo scuse dettate da neurotrasmettitori stronzi. Ma sto imparando sempre più ad affrontare paranoie, confusione e insicurezze e tu in quanto sconosciuta non mi spaventi, come non mi spaventa lui in quanto sconosciuto, né viceversa, né altri resti. In questo momento sto anche parlando dei due emisferi del mio cervello se proprio non riesci ad assaporarlo senza aiuti. Un certo grado di chiarezza è quantomeno dovuto, ed è qui che vacillo, perché quel controllo che tendenzialmente ho fallito a implementare nelle mie decisioni, pure quelle quotidiane, va a sfogarsi in maniera stupida all'esterno. Mi porto avanti, semplicemente in modi più o meno consoni. Ho tentato di arginare e di giustificare, di aprirmi ma a volte è come scontrarsi su questioni di principio, su obiettivi che all'inizio non erano condivisi, sulla paura di essere abbandonati, su tempistiche non poco sfasate e ritardi dall'una o dall'altra parte. Ovvio che mi dispiace, e per questo ho un po' rinunciato, sempre di più.

Non sono mai arrivato alla violenza, e quella tramite parole mi è pure fastidiosa e cerco di rimediare quando posso, le poche volte che supero quel limite. Le parole saranno pure armabili ma provo a usarle solo come strumenti, tentando di tenere il tempo. La vita altrui è sacrosanta, come pure la privacy. Il diritto del privato, del segreto, dell'intimità, dell'immaginazione, del cassetto chiuso, del cifrato, dell'omesso, del codificato, delle scelte, del racconto, delle storie, della rappresentazione, del pubblico, del controllo. Did you see what I did there? Ma sì, si scherza, chissà cosa a stai pensando adesso, non ti condiziono che per una piccola parte. Eppure quel controllo e la sua relativa perdita son pur sempre da contrattare. Natura e cultura si rispecchiano complessivamente a vicenda e delle loro leggi se ne discute da parecchio, figurati cosa potremmo mai dire io e te, di significativo, se non condividiamo che un assioma.

Solo che dopo tutto questo tempo, tutto questo dialogo, con persone che accanto ormai non trovano né spazio né il tempo, riesco fortunamente a capire dove devo smettere, come devo agire per non spaventare: la risposta sta ovviamente nella scrittura, ma non solo in quella. C'è anche la correzione, e per fortuna sono arrivato a un grado in cui i pensieri fluiscono in maniera a mio avviso precisa ma anche più o meno strutturata, con sostanze e sonno che dovrebbero mandarmi in deficit e invece mi stimolano in qualche modo. Scrivo, vado avanti ma vado anche indietro.

So come e cosa devo promuovere, non esattamente s'intende, ma purtroppo, pur troppo forse tutto sarà (stato) possibile, ma certe cose non saranno (state) necessarie. Come minimo non cerco solo l'alfa, ma anche beta, gamma, fino all'omega. Come pure i numeri, da zero fino all'infinito e viceversa. C'è davvero differenza tra questi e quelli? c'è davvero differenza tra me e te? tra odio e amore? tra ignoranza e conoscenza? Siamo una cosa sola. Fino a un certo punto, s'intende, ma se questo è solo un racconto, andrà pure riscontrato, e se le maschere che sembri portare diventeranno solo una e s'incrineranno solo in fin di vita non posso che sperar bene. Io sarò sempre pronto a parlarne apertamente, chiaramente.

#0.9 Che altro c'è lì? Vieni da me

Röyksopp - What Else Is There?, 65daysofstatic - Come To Me (ft. Robert Smith)

Ma da qui alla fine chissà quanto manca. Il punto è che, alla fine, il punto te lo stai solo immaginando. Se lo vedi alla fine vuol dire che stava lì anche all'inizio. Il cerchio dovrà pur chiudersi, il giro è quasi in tuo controllo. Se giro il tondo casca il mondo? Dove vuoi arrivare? Siamo forze uguali e contrarie, con molta probabilità. La somma tenderà pure a zero, ma io in te potenzialmente mi moltiplico. Lasciami passare, perdi il controllo, spogliati, non ti far desiderare. Del resto delle masse non m'importa al momento, quando mi guardo allo specchio vedo solo l'immagine di una persona.

Non saremo mai totalmente uguali, né mai totalmente diversi. Le percentuali cambiano, ma non è detto che sia impossibile trovare una direzione verso la quale impegnarsi, nel ritrovarsi in molti particolari: senza sfociare nelle totalità, nelle generalità, ma apprezzarne l'apparente incommensurabilità e immaginarsi di modellarla, qui, da quello che sembra solo un campo di sogni immaginati da un solitario punto fisso che sembra epifanizzare girando su sé stesso, essendo al sicuro, e sembra non aver bisogno di niente.

Un pensiero, un'emozione, una parola, un dialogo, un discorso, una mano, un abbraccio, un bacio, un contatto restano anche quando distano, e son meglio di niente. Non è tanto facile semplificare i costrutti spaziotemporali, e bisogna arrivare a fidarci ragionandoci, e ragionarci fidandoci, ma la memoria aiuta a ricordare meccanismi e mosse. Se balli come se nessuno ti stia guardando nello stesso modo in cui balli come se tutti lo facessero, questo è un buon inizio. Ma fai attenzione alla melodia e il ritmo, la sincronia tra principi e fini, e che altro? È un carico pesante ma puoi alleggerirlo ondeggiando. Per riprendere il respiro puoi sempre appoggiarti: è solo sangue e ossigeno, non aver paura, non ti scoppierà mica la testa.

Non ti scordar di me, disse un fiore al campo da cui era generato e che rispose, quasi ridendo, io t'aspetto, non mi muovo mica, il legame rimarrà. Poco si sa che con la giusta velocità, qualunque sia la gravità, un bambino su uno scivolo può anche arrivare in alto, e in basso, e a destra, e a sinistra, fingere stupidamente di fermarsi, e, finché se ne ha la forza, puntare fino a un certo punto e probabilmente oltre, qualunque sia l'altrettanto bambinesca verità. Tipo quella del nascere da soli e morire da soli, quando bisogna si è attualmente in un insieme. In futura potenza ridenti, decadenti, e guarda, anche senza denti.
fine


1
1.0 Introitus




Wolfgang Amadeus Mozart - Requiem - Introitus

Miei cari posteri, sono qui seduto sopra me stesso, e nell'incertezza notturna di una domenica pomeriggio, mi faccio forza e rivolgo le mie a voi. Le persone del passato mi annoiano terribilmente nella loro stasi mortuaria, e i contemporanei non sono da meno, pur non rasentando lo stesso pallore. Faccio affidamento a voi che ancora non siete nati e per questo sicuramente apprezzerete quanto dico, o vi verrà fatto apprezzare con violenza, più o meno gratuita a seconda dei casi.

Ve lo confesso, sono ossessionato dall'espressione del punto di vista mio personale, particolare come qualsiasi altro, direte voi, che siamo tutti uguali. E vi dimostrerò che non è così, in due mosse, semplici e dissacranti.

La mossa numero uno prevede che voi abbiate letto le recenti (a me) dichiarazioni del dipartimento di cattopsicobiologia dell'università del Massachusetts, secondo cui il denaro contante, reale o virtuale che sia, non sarebbe altro che, la faccio breve, una manifestazione divina: oltre a evidenziare una già palese (ai più accorti) analogia tra religione e capitalismo, dimostra che chi è più ricco è in una parola sola "migliore", anzi due, "fottutamente migliore" degli altri. Per cui in maniera automatica il suo modo di vedere e sentire le cose si innalzerà dal resto del creato insieme a lui.

Numero due, oggi, proprio esattamente oggi, mi è stata donata una quantità di schiavi pronti all'uso. Non ne conosco bene il numero, d'altronde si contano le stelle? o i granelli di zucchero? e avete mai provato a zuccherare un caffé con delle stelle? Parlavamo di schiavi, sì. Tutto ciò è stato possibile grazie al (santo?) contributo del neopresidente Isacco Lincoln, che, come avrete letto nei libri di storia, non è il suo vero nome, e anche la sua ironia nello sceglierlo è stata creata ad hoc. Non soltanto lauree nei supermercati, dunque, ma schiavi, per tutti, o almeno per chi schiavo non è e può permetterselo. Ma si sa, sono compassionevole, e piuttosto che regalare loro la libertà, ho forse ecceduto di magniloquenza. Quale impiego migliore avrei potuto trovare per loro, se non quello di poter vivere la MIA vita? vedere con i miei occhi, ascoltare ciò che ascolto e sentir fluire dalla bocca parole da me sivamente scelte.

Probabilmente penserete che sia (stata, per voi) soltanto una sperimentazione in vista della futura messa in vendita dei prodotti della Vitaltrui, che permetteranno di escludersi dalla gestione della propria vita, affidandola completamente a esperienze precedenti o contemporanee che siano, godendosela in questo modo senza sforzi: probabile, sì, ma non per questo eticamente scorretto.

fine


1.1 Incidenti ed emergenze




Patrick Wolf - Accident & Emergency

#1 overture
Sono in ritardo, perenne, ma credo che gli esercizi di pensiero migliorino la gente, e quando posso lascio le persone ad aspettarmi per ore nella speranza che migliorino un po'. Che la tradiscano non m'importa, io ci provo.

Sono in ritardo e preparo un caffè solubile che consiglia di essere versato in due cucchiaini. Io adotto la tecnica del primo cucchiaio "mah, facciamo metà, uno è troppo" e del secondo "giusto un altro po'", e lo risolvo anche stavolta mettendo più di un cucchiaio pieno, per essere sveglio al momento giusto, cioè in tutti i momenti. Non sai mai se il momento è giusto fin quando non ti scivola via, e allora è meglio prevenire.

Come il momento in cui quello che bevi non è così caldo da scottarti la lingua, né così freddo da fare schifo, ma non vorrei scadere nell'autoreferenzialità da caffè e d'altronde io lo preferisco con molto zucchero, ma su questo non ci piove, altrimenti si scioglie. Ripresosi dallo sconforto della precedente battuta, dal fondo della tazza prosciugata fa capolino un animaletto simpatico con due antenne e molteplici zampette che mi guarda (o credo lo faccia, ho già numerose difficoltà con gli umani che hanno occhi più grandi) stranito. Mentre si arrampica sulle pareti viscose decido per lui che non è il suo momento di morire, così aspetto che sia arrivato sull'orlo, e dopo aver piegato in quattro un tovagliolo (non usato) lo schiaccio con ipocrisia (non troppa, non vorrei rompere la tazza), smaterializzandolo.

Ho dimenticato di dire che ero seduto, o forse avevo dimenticato di sedermi, fatto sta che sono in piedi che cerco una via d'uscita tra i resti di plastica e carne che affollano (con gioia, non mia) il corridoio, quando altri animaletti simpatici quanto quello di prima si fanno vivi, anche se non gocciolanti di caffè, danzando con cumuli di polvere pateticamente immobili.

Non ho tempo per tutti, troppo pensiero potrebbe far male, perciò chiedo loro di morire senza aiuti esterni e non potendo praticamente controbattere alla mia dialettica, in quanto sprovvisti dei più basilari elementi di teorie e tecniche della comunicazione, mi accontentano con noncuranza (anche qui incontro le solite difficoltà con gli umani).

Arrivo proprio sopra lo zerbino e dimentico le chiavi appese alla porta per la fretta di entrare dentro l'ascensore, che arriva al mio piano solo una volta al giorno. E quando arriva non ha pietà di nessuno e per poco non mi schiaccia tra le porte: per questo lascio sempre davanti alla porta il collare del cane invisibile appeso a un filo; o forse questo era per giustificare la pipì fatta qualche mese fa dentro il vaso del vicino est.

A notevole svantaggio della diffusione del suo nome tra le genti, un dio simpatico (sì, oggi tutti così) non si limita a far passare due autobus della linea a me più congeniale, cioè quella che dovrei prendere, ma li fa camminare su due ruote, quello davanti sulle due anteriori e viceversa, attaccati, con i due autisti ubriachi che mi fanno le corna e i passeggeri a ridere della mia disgrazia di trovare il semaforo dell'attraversamento pedonale rosso, dopo essere saltato giù dal ponte per provare disperatamente a sconfiggere, per una volta, la teocrazia che domina sugli autobus e su buon resto del creato.

Così aspetto e guardo passare altri autobus di altre linee e altri mondi, coi loro passeggeri nuovi di zecca che per fortuna non mi sfottono ma si limitano ad additarmi.



#2 nel sedile posteriore

The Arcade Fire - In The Backseat

Nel frattempo il cielo non sta a guardare, poiché un'enorme massa di nuvole limita il suo sguardo e fa piovere tutta l'acqua che queste possono far piovere: del resto, se sono una delle categorie più zelanti dell'universo ci sarà un cazzo di motivo, e credo sia questo, a meno di sondaggi chiarificatori.

Quasi tutto lo squallore che la pioggia lava via dal mio viso mi viene restituito non appena salgo sopra il mezzo che mi porterà (a meno di improvvisazioni o jam ion) dall'altro mezzo che mi porterà (a meno di kamikaze o nubifragi) a destinazione. Controllo sul mio calendario appeso ai jeans se oggi è previsto qualche evento tra parentesi, ma niente, anzi oggi sono particolarmente fortunato in quanto non devo infilarmi dentro l'ascella di qualcuno.

Tutti quanto si fingono sardine morte per poter arrivare dove devono arrivare, al giorno d'oggi i controllori non hanno pietà (come gli ascensori) e al primo biglietto convalidato bene, scatta l'obliterazione del passeggero, che spesso ha conseguenze mortali: per fortuna ho dimenticato il biglietto da qualche parte nel cervello.

In un paio di mezz'ore tutti quanti hanno concluso i loro rispettivi viaggi intimamente consapevoli ed estremamente riconoscenti di averne condiviso una parte con me, ricompensandomi col loro sudore attaccato a ogni poro non ancora occluso dallo smog. Faccio un salto da un parrucchiere cultore delle acrobazie spericolate, premiate con molta lisciva e poco buonsenso, costringendomi a usare un cerchio per far quadrare il mio viso un po' troppo sproporzionato.

Il gatto mi attende senza fare moine, con la recessione che c'è sembra quasi un topo. Per perdere tempo mi fa guardare il film con l'ultima ora e mezza della mia vita, ma non riesco a capire bene il finale, forse ho (avrò?) dimenticato di indossare gli occhiali o qualche altro strumento ottico non fine a sé stesso.

Esattamente al termine del film, con notevole e inaspettato tempismo, ci mettiamo ad aspettare la volpe, che a sua volta ci aspetta, per la gioia dei fan della commedia degli errori. Faccio avanzare la storia guardando un po' nel futuro, così ci incontriamo dove ci stavamo aspettando e andiamo alla ricerca del solito cazzo di autobus, che ricordo non essere mai lo stesso: la strariciclata politica usa e getta non avrà mai fine in questo triste mondo malato.

Col raffreddore alle costole partiamo finalmente in fondo all'autobus trainato da centocinque cavalli, per risparmiare, e perché il clacson è rotto e l'autista può tirare la coda e far scattare un'ola di nitrati che neanche i bitonali.

Assommiamo minuti e kilometri con violenza, delegando la prenotazione della fermata allo straniero più stupido del suo paese e di quelli a esso confinanti, e solo grazie all'intervento della sua fidanzata, più furba e intuitiva di lui nonostante stesse dormendo, riusciamo a scendere sani e salvi.



#3 non vedo (niente di) male

Television - See No Evil

Facciamo proseliti tra le genti del luogo diffondendo il nostro credo e svariate birre. Con uno in particolare sono magniloquente e gli regalo le seguenti parole: "stasera le ballo tutte". Lui annuisce con una luce negli occhi simile a quella che si manifesta quando hai di fronte un dio, che purtroppo è simile anche a quella che si manifesta quando hai di fronte un pazzo e non puoi far altro che annuire. In attesa, come sempre, ammiriamo sul palco il solito cantante che usa il culo al posto della bocca, per tacere del resto del gruppo e dei loro metodi per far colpo sulla gente sempre più annoiata. Lascio tutti dietro di me, indosso i miei due cappucci fortunati e vado fuori in missione. Dopo qualche gradino e molte spallate riesco a raggiungere da solo la fonte della giovinezza dislocata sopra un'isola lunga, a cui mi abbevero senza sosta una o due volte: fa un po' male alla tartaruga che ho al posto della pancia ma il resto ne gode tranquillamente in silenzio.

Noto con piacere la cacciata dei gruppi sopracitati e delle rispettive famiglie, per far posto alle canzoni che piacciono ai giovani, e per non rischiare la vecchiaia comincio a dimenarmi a tempo, sfasato. A ogni canzone ballo seguendo il ritmo della precedente, ma nessuno è in grado di notarlo perché, anche se i loro corpi vanno bene, i loro cervelli hanno il mio stesso ritardo motorio.

In questa confusione anticipata e posticipata allo stesso momento, alcune persone disposte in un cerchio mistico mi fanno spazio, per paura dei miei occhi iniettati di sangue o semplicemente arrossati. Fingo indifferenza a ogni nota, per distrarmi dall'aridità dei sentimenti che mi circonda guardo in su cercando le stelle ma trovo il soffitto, e allora chiudo gli occhi e comincio a sognare, mentre tutto il resto del mondo, compreso il mio corpo, continua come se nulla fosse.

Sogno di ballare, sogno di fare esattamente quello che sta succedendo, con le sole differenze che le parenti sono tinte di rosa anziché di rosso, e io sono un cannibale, o uno zombie, o un giornalista, d'altro canto non importa a che albo sei iscritto, quando cominci a mangiare i tuoi simili, pasteggiando sopra le loro vite piene di rimorsi e fegati gonfi. Sono particolarmente violento durante le canzoni che non mi aggradano, come se fosse colpa delle mie vittime.

Uso le liane che ho al posto dei capelli per stroncare i loro corpi e i loro desideri di rivalsa, infischiandomene dei più naturali princìpi di educazione civica, nonostante l'avessi studiata durante la scuola media.

Una ragazza di sesso femminile è indecisa se essere spaventata o meno, poi mi guarda e mi dice: "la mia vita non è per te" e le strappo il cuore usando soltanto tre dita, sebbene indegna di cotale virtuosismo.

Poi apro gli occhi, e attorno a me non c'è proprio un'anima viva, sono fuggiti tutti verso un mondo migliore, e senza salutare. Fatico a non scivolare sul sangue e a piccoli passi m'incammino nolente verso l'uscita e verso il futuro, guardandomi riflesso in una pozzanghera per non guardarmi dentro.

fine


1.2 Il vero amore aspetta




Radiohead - True Love Waits

Volevo parlarmi del mio primo amore.

Sì, parlarmi, all'inizio era un errore ma adesso non lo è.

Si chiamava E. e frequentava l'asilo; anch'io, ovviamente.

Com'è ovvio che questi pochi e vaghi ricordi non sono miei direttamente, o meglio, non sono evocati da me direttamente ma mi sono stati offerti dalla memoria di mia madre; che non ricorda bene il nome, ma va bene così. Forse aveva i capelli biondi.

Disse che un giorno eravamo sulla scalinata prospiciente l'edificio (parla proprio così, è acculturata), io con mia madre, E. con la sua. Davanti passavano le solite macchine di un lunedì qualunque.

Loro parlavano del più e del meno, noi facevamo più o meno quello che i bambini fanno di solito quando aspettano i genitori. Il mondo girava tranquillo per i fatti suoi, quando tutto a un tratto E. si avvicina a quella faccia imperturbabile e incorniciata da boccoli biondi, che sarebbe la mia.

E come se fosse la cosa più naturale del mondo (ma forse lo è, o dovrebbe esserlo più spesso), mi dà un bacio. Piccole labbra inconsapevoli ma unite per una frazione di attimo. Chissà cos'ho sentito dentro in quel momento.

Il resto della storia spero non sia stato travagliato come tutte le altre storie d'amore; come poteva esserlo, d'altronde? era l'età dell'innocenza, come non tornerà mai.

Spero di incontrarla di nuovo, spero che ci riconosceremo in qualche modo, in qualche futuro.

fine



2
2.1 Così grandi altezze




The Postal Service - Such Great Heights

Mio caro probabilmente amato,
non puoi vedermi perché il tempo ha fatto ormai la sua parte, ma sto scrivendo alla luce del televisore che mi ritrovo alle spalle. Qui all'ultimo piano non arrivano i raggi smorti dei pochi lampioni fuori, e poi il sole si sta levando. Potrei sfruttare la luce dell'alba, potrei ma non lo faccio, ho appena abbassato la tapparella, sai che il sole mi fa quell'effetto strano, come se in fondo a un barile di malinconia (di quella sopraffina, invecchiata vent'anni) trovassi una fonte di vita pura, di quella gioia di vivere come non l'ho mai avuta, e io non voglio, non voglio che proprio questo momento venga rovinato in questa maniera. È buffo come tante persone cerchino un barlume di speranza, letterale o no, e io innalzi tutte le barriere che posso, materiali o no, per non caderci dentro. La mia vita come il cielo di notte, occupata da migliaia di stelle come parole sparse, persone diverse; non proprio nera, blu.

Ho provato a dormire per un paio di ore, senza riuscirci completamente, giusto a un passo dal sonno, e così eccomi qui.
Non che il letto dei tuoi genitori sia scomodo o chissà che altro, anzi, sarebbe uno dei posti migliori dove addormentarsi, se solo fosse il momento adatto, con queste rose senza spine disegnate grandi sul piumone, con quei cuscini soffici su cui non oso poggiare alcuna parte di me, non voglio lasciare traccia. Senza traccia, come speravo fossi passato tu nella mia vita. E invece sto qui a rimpiangere la tua assenza, nonostante ci siano soltanto un armadio e un muro a separarci in questo istante al termine della notte. Così vicini, così lontani, chi lo diceva? Bah, che importa adesso? Starai dormendo?

Sai che molto probabilmente mi sono innamorata di te quel giorno in cui hai mangiato un vasetto di yogurt (sì, i tuoi infiniti yogurt coi loro gusti assurdi) senza usare un cucchiaio o cucchiaino perché non avevi voglia di lavarli, e allora lo rovesciavi e aspettavi venisse giù, che stupido, pensai, e poi ne lavasti uno (con tre secondi di acqua corrente) perché il fondo stava lì immobile ad aspettare la tua voglia di igiene, ma solo dopo aver tentato di mangiare il resto dello yogurt con un plum cake, lo sai che più o meno è stato quello il momento galeotto?

E dire che la prima volta in cui ti ho visto mi hai fatto una così cattiva impressione, non so, sarà quel tuo fisico magrissimo, un po' da tossico, che ti ritrovi, che solo di recente comincio pian piano ad apprezzare. Sì, ho pensato proprio "sembra un tossico" e t'immaginavo senza vestiti o quasi (tranquillo, lo faccio con tutti) e lì nei miei pensieri assomigliavi più a uno stuzzicadenti che a qualcosa o qualcuno da abbracciare.
La "neve" dentro la tv: ha questo nome, vero? Se è così non ne capisco il motivo, come non capisco appieno la mia scelta, ne condivido soltanto alcune sfumature. Qualunque azione io intraprenda per mettere in atto questo proposito, spero tu possa capirmi, magari più di quanto abbia capito io (non faccio altro che esternare la mia confusione, ma è normale).

Ho deciso che è meglio non amarti, è meglio aspettare tempi migliori. Pensa, ipotesi numero uno: adesso provo ad amarti, tu mi rifiuti, entro uno o due anni io diventerò perfetta per cui il mio amore sprecato non farà che tramutarsi in odio nei tuoi confronti, che di sicuro avrai cambiato idea. E invece è meglio, ipotesi numero due: non provare niente, diventare perfetta, amarsi reciprocamente senza ostacoli. Fosse facile. Ho appena rotto l'anello verde da cinquanta centesimi che volevi tanto, magari avvinghiato a un tuo dito avrebbe avuto una vita più lunga.

Già immagino la scena successiva: un unico pianosequenza, lento come uno sguardo assonnato, a partire dalla porta che piano si scosta, stanza vuota, letto intatto, finestra aperta, sole pieno, tendine svolazzanti (non troppo), e sopra tutto un silenzio mortale. Prima di affacciarti osserverai questa lettera disposta tra lenzuolo e cuscino, salirai sul letto. E disteso con i piedi puzzolenti penzolanti oltre il bordo, ti metterai a leggere una parola alla volta, con uno sguardo fugace e immediato alla fine, come tuo solito, per ricominciare da capo. Un mezzo sorriso o una piccola lacrima appena l'avrai conclusa, decidi tu, comunque una grande emozione dentro (spero).

Ciao, ovunque io adesso sia.


fine


2.2 Cavalcioni sulla tempesta




The Doors - Riders On The Storm

"Mezz'ora e sono da te, traffico permettendo" scrivo dentro un sms con la mano sinistra mentre entro con pericolosa calma in autostrada, affiancato da un cane che chissà dove va, ciondolando per la corsia di accelerazione. Sembra qualcosa di assurdo e invece è la realtà pura e immancabile.

Non amo particolarmente guidare, di notte ancora meno; con la pioggia è soltanto odio. Per fortuna ci sono solamente pochi schizzi, può andare. "Non aziono nemmeno il tergicristalli", penso, e volo via a 150-160 (che non è una sottrazione) per strade che un dio ha deciso di illuminare soltanto agli svincoli, e a volte acidamente nemmeno quelli.

Arrivo nella grande città, e fermo davanti a uno dei tanti rossi mi chiedo perché bruciare un semaforo abbia conseguenze diverse, se fatto materialmente o no, seppur di materia si tratti in ogni caso: a partire da questo banale esempio sviluppo una teoria definitiva sulla dicotomia realtà-illusione, la distruggo, la ricreo e arrivato al momento di infiocchettarla ben bene di rosso per presentarla trionfante al mondo, uno stronzo suona il clacson facendomi dimenticare tutto: sputo via i nastri rossi dalla bocca e oltrepasso controvoglia un verde maturato da un bel pezzo.

Nonostante questo stasera almeno non dovrò aspettare in macchina come al solito, per cui butto dietro il libro che ormai sto finendo di leggere durante le mille attese e scendo giù con tranquillità e salgo su con l'ascensore.
"Sei pronta?"
"Sì"
Bene, ci sarà da aspettare soltanto venti minuti, stavolta, ma fortunatamente non sono in macchina. Finisco il libro che, vi dirò, ho portato dietro e non buttato, ma i cani proprio non vogliono, e allora, vi dirò, non ho nemmeno terminato la lettura perché i finali sbavati non sono i miei preferiti.

"Dove mi porti?", e me lo chiede mentre si spazzola i capelli, con addosso soltanto un vestitino con dei fiorellini stampati, o almeno credo fossero dei fiori, sono troppo impegnato a fermare quella visione nel tempo, premendola bene nella mente, nonostante avessero inventato le macchine fotografiche proprio per tali bellezze.

"Possiamo andare al rifugio oppure girare per locali coi miei amici.."
"Ah beh, decidi tu, comunque fuori piove, e anche della buona."
"Ok ok, basta, tanto lo so che saresti voluta andare lì anche se ci fosse stato il sole alle undici di sera, altro che amici e locali"
Sorride, metà amaramente e metà dolcemente. Prendo la metà buona e la bacio: mi resta un po' di amaro in bocca ma basta una chewing gum.
"Ah prendi anche delle buste di plastica per le scarpe"
"Sì sì, tranquillo quella volta coi giornali mi è bastata, per fortuna non si sono accorti del fango"
Di nuovo on the road, ma in due il viaggio dura meno di quanto sia realmente, quando l'amore accelera non ce n'è per nessuno. In poco tempo raggiungiamo la "stradina accanto la ferrovia", chiamata così perché a volte i nomi delle cose rivelano la loro pura essenza, o almeno finché ci saranno dei binari a fianco delle suddette cose. E piove, piove, grandina: eravamo pronti al fango, non al diluvio universale (che poi, a pensarci bene, è già difficile credere a un diluvio mondiale, chiamarlo universale mi pare troppo... ma basta con le cazzate).

"E adesso che facciamo?", chiedo.
"Fermiamoci qui un attimo, aspettiamo che si calmi, poi torniamo indietro e andiamo dentro."
"E adesso che f...", vorrei richiedere.
"Io ti ho detto di fermarti di qui, adesso tocca a te pensarci."
"Boh, penserò a cosa fare, penserò di chiederti un bacio, e non appena aprirò bocca per farlo tu sarai già lì a distanza di fiato, e ci baceremo senza soluzione di continuità, o almeno sembrerà all'apparenza.

Sfiorerò i tuoi capelli come corde di un'arpa che non produce musica se non nella mente, poi infilerò una mano fredda sotto il tuo vestito e raggelerai e ti divincolerai pregandomi di toglierla, senza successo, fin quando non si sarà riscaldata grazie alle leggi della fisica, e scivolerò sopra la tua pelle fruttovellutata inebriandoci di piaceri. Andremo dietro per comodità, e ci spoglieremo di ogni pudore.

Intanto fuori la pioggia non smetterà neanche per un secondo, tutto il cielo ci si rovescerà addosso sembrando invidioso, schiantandosi contro le lamiere dell'auto e producendo rumori assordanti che, con amore, ignoreremo, e con ansimi e sospiri copriremo. Ma il cielo non può provare invidia per due esseri umani, anzi ci proteggerà dal resto del mondo.

E alla fine di tutto piangerai e riderai, e dirai che è tutto ok, stai bene, non è niente. Ci rivestiremo in fretta, tu più, io meno, come ormai siamo abituati a fare, andrai davanti e mi aspetterai guardando nervosa l'orologio. Ti riaccompagnerò guidando sopra un arcobaleno appena dipinto, sbaglierò strada per stare ancora qualche minuto al tuo fianco, nonostante l'alba starà già rischiarando le strade deserte di questo angolo del mondo.

Mi darai ancora mille baci come commiato, che conserverò con cura nelle tasche e nella mente.

E parecchi mesi dopo, in un tre marzo qualunque, quando le emozioni saranno state congelate dal tempo, reinventerò tutto sotto forma di dialogo, usando presente e futuro in una favola che ha soltanto il passato, incomparabile e lontano, e che non riesco più a dimenticare, perché quando ami qualcuno una volta, una parte di te, non quantificabile, amerà quella persona per sempre".

fine


2.3 Fantasmagoria in due




Tim Buckley - Phantasmagoria in Two

Vago distratto per il corridoio facendo attenzione a non sbattere contro le pareti bianco-vuote, stanco per la giornata o forse solamente oppresso dalle poco stravaganti routine della vita. Il rubinetto del bagno gocciola, gocciola, gocciola da chissà quanto cazzo di tempo; una volta non era così fastidioso, adesso mi sembra quasi di impazzire, e mi siedo convinto che prima o poi arriverà la fatidica ultima goccia che farà traboccare il mio cervello. Chiudo la porta e alzo il volume di una canzone a caso per coprirne il rumore.

Ho l'indistinta sensazione di allontanarmi sempre più dalle persone, di scivolare piano verso un isolamento sempre più completo: cerco di proiettare questo presente nel futuro chiedendomi cosa e come lo ricorderò, quando uno squillo mi ridesta dai torpori primaverili che mi cullavano così amaramente. Raccolgo la cornetta da terra, dov'è finita per un mio scatto rabbioso involontario, e rispondo alla voce che tentava disperatamente di parlare col tappeto:
"pronto?"
"ehi, finalmente, ho bisogno di te, vieni subito, ti dirò tutto dopo."

Al mio arrivo non fa una piega, è disteso sul divano con un braccio penzolante e lo sguardo rivolto verso il soffitto o spento dietro gli occhi chiusi. Mi metto a sedere sopra una poltrona poco distante non appena sento la sua voce che mi dice:

"cos'hai da guardare?"
"che ne sai che ti sto guardando, non ci arrivi nemmeno con la coda dell'occhio"
"lo so e basta. vabbè, cazzate a parte, mi ha lasciato"
"cazzate a parte, eh?"
"no no stavolta è per sempre"
"per sempre, come sempre"
"ti assicuro che è così"
"vabbè, raccontami che è successo, se non altro ti sfoghi"
"abbiamo litigato..."
"fin qui c'arrivavo da solo"
"e cristo, fammi parlare: in due parole, le ho raccontato di quel sabato, te ne avevo parlato l'altro giorno"
"certo che sei proprio un coglione"
"grazie"
"e poi?"
"e poi se n'è andata"
"per sempre.. appassionante, come storia"
"e smettila di sfottere... senti, andiamo a farci una birra?"
"non posso..."
"che cazzo, non cominciare con le solite scuse"
"non posso, davvero, scusami"
"cristo ma perché?"
"perché ti ha piantato un paio di forbici all'altezza del cuore, prima di andarsene, un unico colpo secco e fatale"
"ecco cos'era quel dolore, vabbè..."
"ti prometto che la prenderemo"
"sai cosa cazzo me ne frega, adesso"
"ha anche lasciato un biglietto con su scritto: questo è per quando mi hai fatto male"
"frank! hai finito con quel cazzo di cadavere?"
"come mi ha chiamato?"
"lascia stare, dice a tutti così"
"qualunquista"
"devo andare"
"scusa per la chiamata ma non c'erano altri disponibili e..."
"fa niente.. prendo un po' d'aria e torno".

Fa sempre niente. Salgo dentro l'ascensore e mi metto a pensare: perché non sono diventato un veterinario come sognava mamma? perché magari avresti cominciato a sentire abbaiare e miagolare comunque, almeno così capisci quello che ti dicono i morti, eh, nonostante che siano inventate da te, quelle storie, alimentate dal tuo inconscio, nonostante che siano sconosciuti a parlarti? c'è qualcun altro che non sono io che mi parla dentro l'ascensore, sulle note della musichetta.

Mi guardo allo specchio e mi ritrovo addosso una faccia diversa. La parete di legno è ricoperta di linee, che sono parole che non riesco a leggere. Sono le note della musichetta che mi hanno parlato, è sicuro. Ingoio una pillola prima di arrivare al piano terra e all'apertura delle porte sono di nuovo normale come la maggior parte dell'umanità pensa che la normalità sia, per chissà quanto ancora.

fine



3
3.1 Quello che non c'è




Afterhours - Quello Che Non C'è

Bene, cominciamo: non so quanto ne siate a conoscenza, ma esistono mondi particolari, miei cari studenti, dove i vostri amici tramano alle vostre spalle le più infide e astute macchinazioni contro di voi, fidanzate e fidanzati vi tradiscono con chicchessia, ogni singola persona che non conoscete cela segreti a voi importanti, dietro ogni singola parola si nascondono significati che voi soli siete in grado di intuire, e le azioni, oh! le azioni non sono mai quello che realmente sono.
Congetture, seghe mentali, machiavellici piani: tutto in questi mondi si nutre dei vostri pensieri, tutto risiede in una parte nascosta del cervello da me volgarmente chiamata paranoia dopo la recente scoperta della sua esatta locazione.

TUMP!

Cos'è stato? ah, calmi, calmi, è soltanto un braccio, avevo dimenticato di avvertirvi che oggi non procederemo con la solita dissezione metafisica e cadaverica e annoiante, ma andremo a vedere gli effetti causati da quello che vi ho già accennato poc'anzi. Signorina, non c'è niente di cui spaventarsi, appartiene a una persona viva, o perlomeno quello che ne rimane.
Per fortuna da qualche anno i tentati suicidi sono puniti con la donazione coatta del corpo alla scienza. Materia viva sul quale sperimentare a livello pratico, senza farsi troppe domande.

Bene, adesso indossate gli auricolari: rivivrete una registrazione effettuata la settimana scorsa dal soggetto in questione e già trattata e confezionata e soprattutto romanzata per essere venduta nelle edicole in allegato al prossimo numero di ab norme contenente un mio articolo sull'argomento in discussione.
Accendete gli psicovisori.
qualche anno fa:
cos'hanno da guardare in questo modo 'sti stronzi? oh dio, anche se sei estinto come i dodò per me ci sarà sempre un albero azzurro dove venerarti, una volta iniziata l'università, al lontano da 'sta gente schifosa che mi siede ancora accanto. "e la tua macchina quanto fa?" ma che cazzo di domande, potevo anche rimanere a casa, perché sono uscito per venire in questo solito pub del cazzo? che fanno? tutti attorno a un tavolo, a sparlare di me. non mi avvicino. stiamo qui a vedere che fanno, chissà che dicono. che faccio? il mio amico se n'è andato, l'unico di cui mi possa fidare. e continuano. e adesso io prendo e me ne vado, adesso prendo e me ne vado. me ne sto andando. non ho certo bisogno di voi.

anni dopo:
male, stai male, certo, e devi riposare perché altrimenti moriresti per la fatica! come se non lo sapessimo entrambi, qual è la verità. il portone è aperto come al solito, non sia mai che l'aggiustino, vabbè, meglio per me, non dovrò stare al freddo fuori. salgo le scale? mi siedo qui e aspetto il tuo ritorno, cara. le due. le due e tre minuti. e al tuo ritorno cosa farò, scenderò per i gradini davanti a te guardandoti schifato o non guardandoti affatto o sputando o inveendo, no non è da me, oppure aspetterò il tuo rientro e poi, domani, ne parleremo, e come se ne parleremo domani. le due e quarantasei minuti. se aspetto fino alle tre e succede quello che penso ho perso, se non succede niente ho perso comunque. ho perso, ho perso già in partenza, già nato, ho perso.

altri anni dopo:
forse sarei dovuto rimanere fino alle sei di mattina, acquattato in cima a quelle scale. forse.

Sigla finale.
Invano ha tentato il nostro amico di escludersi volontariamente dai rapporti umani e cercare di vivere da solo, eremita impossibile in questo mondo dove l'uomo deve definirsi non più animale sociale ma animale connesso, dove centomila maschere bastano a malapena per guardarsi allo specchio. E vi ho già detto come si sia risolto questo tentativo. La soluzione è invero drasticamente molto più facile: come avrete modo di scoprire, basterà rimuovere questa piccola porzione che vedete qui adesso davanti ai vostri occhi e tutti i problemi spariranno, nessun pensiero superfluo e tutta la vita sarà più degna e facile di essere vissuta, soprattutto più facile.
"soprattutto più vuota"
Cos'è stato?

fine


3.2 La durata dell'amore




Interpol - Length of love

Tra gli esseri umani ci sono molti modi strani di relazionarsi, e quello tra Christine e Antoine fu uno di questi.
Ci sono vari livelli in cui un rapporto può stabilirsi, ma questo li contenne per lo più tutti o nessuno, in maniera casuale così come la natura aveva disposto petali viola che entrambi cercavano incosciamente e quasi inutilmente di non calpestare camminando.
Nonostante la stagione fosse al di là del suo culmine rimanevano nell'aria splendidi odori misti a forse un po' meno splendidi starnuti che si diffondevano violenti per il vialetto. Ma era un pomeriggio irrinunciabile e lui lo sapeva fin troppo bene.

Ufficialmente erano in giro a fare delle fotografie. Quasi non si sfioravano, le orme non combaciavano, sembrava che i loro sguardi non s'incrociassero affatto, neanche mentre dialogavano: la vita dopo l'amore è difficile, per lo meno agli inizi della sua fine. Eppure erano lì soltanto per delle fotografie. Una telefonata ormai senza batticuori, senza apparenti motivi celati. Le cose erano talmente chiare che non c'era bisogno di chiarire nulla, quasi nulla.

C'era infatti qualcosa nella mente di Christine che lei non riusciva a mandar via; neanche stupide canzoni da bambina poterono:
"hai dimenticato di farmi gli auguri"
"non mi dirai che ci tenevi"
"ma se tu ci sei rimasto male quando ho dimenticato il tuo onomastico"
"beh, sì, ma era diverso. e comunque non li ho dimenticati. no, dico, in questa situazione era meglio di no"
"e perché allora? cosa ne sai se mi avrebbe fatto piacere o no?"
"cosa ne potevo sapere?"
"avresti potuto rischiare per una volta, non credi?"
"boh"
"sei sempre lo stesso, tu coi cambiamenti sei bravo soltanto a parole".

Si aggiustò i pantaloni, gli cadevano abbondantemente. "Ma quanto sei dimagrito?" voleva quindi chiedere lei, ma poi preferì "e tu da quand'è che fumi?" più sorpresa da quella sigaretta che in un momento di distrazione lui si era portato alla bocca e ora tentava senza successo di accendere, col solito vento che c'era in quella stradina; vento che per di più gli scombinava i capelli creando ciuffi al limite dell'assurdo.
Appariva un poco buffo per il contrasto che scaturiva con la sua imperante serietà che ne caratterizzava gli sguardi e le movenze, più aggraziate che serie, a dire il vero. Due occhi dipinti che ti fanno dubitare della non esistenza di dio o più modestamente ti fanno apprezzare il lavoro della genetica e la sua costante ironia nel dotare un corpo abbastanza mediocre di due scherzi chiaramente niente male.

"Ho cominciato da qualche mese e fumo così poco che non riesco a smettere sul serio", rispose.
Prese la macchina fotografica per il laccetto e la fece vorticare un paio di volte, sempre più ampiamente, e le chiese: "Posso scattarti una foto? Vorrei che il giorno in cui la memoria si sarà dimenticata di questo momento ci sia questa foto ad imboccarla almeno con un'immagine".

Lei non disse niente né si mosse percettibilmente, almeno per chiunque l'avesse osservata in quel momento tranne che lui, che invece capiva bene tutto quello che risiedeva dietro il suo sguardo. C'era anche qualche goccia di tristezza perché nella richiesta lui aveva parlato di memoria, dimenticanza e ricordi, e queste cose la facevano sempre sentire triste.

"A proposito di foto: conservo ancora due foto in cui si vede chiaramente che qualcosa di molto grosso mi è entrato in entrambi gli occhi o che ho pianto abbastanza da potermi etichettare adolescente. In quei momenti dovevano farmi ricordare che potranno volerci mesi, ma ci sarà sempre anche solo un momento in cui sei stramaledettamente tentato di tornare indietro, anche se: il segreto sta nel non cascarci"
"non sai proprio niente sull'amore"
"forse hai ragione".

si rividero più?
no, o forse sì, non importa.
e la foto?
la foto... nella foto sono rimasti i particolari dell'ambiente, minuzie dimenticabili nonostante fosse tutto delizioso alla vista, quel pomeriggio. dico che sono rimasti perché la figura è andata via, o meglio, non è mai andata via dalla memoria, e non le serve alcun aiuto se a rimanere impressionato è stato anche il cuore.

fine


3.3 Saltando nelle pozzanghere




Sigur Rós - Hoppípolla

Così lontani seppur così vicini ci rigiriamo stretti in un letto troppo piccolo per tutte e due le nostre vite, che tuttavia in qualche modo si compensano: la mia leggerezza nello spirito è testimoniata dalle sole mutande che indosso, tu somatizzi la tua freddezza mentale e ti proteggi in tutti i sensi con magliette e calze a non finire. Un equilibrio che è psichico fisico e termico e che niente può sbilanciare. Parli nel sonno, sogni rinfrescando il passato e biascichi mille parole che mi entrano dentro, circolano nel mio sangue e credo di comprendere invano.

Mi sveglio da solo, da solo nel letto, solo un po' scosso dai brividi. Ho scordato di accendere lo scaldabagno, per cui decido di non lavarmi, o forse ho deciso di non accenderlo per dimenticare di lavarmi... dettagli trascurabili, come a volte lo è l'igiene totale e a tutti i costi. Mi vesto senza fretta e con molta solitudine. Qualcosa però porto dietro con me, anzi due, una sensazione e un biglietto con orario e luogo dell'appuntamento in cui ci ritroveremo.

Il mio umore è nero come il più luminoso dei riflessi di una pozzanghera che attenta l'asciutta vita delle mie scarpe. Il mio umore è nero e me ne rallegro senza apparente motivo; eppure a prima vista niente in assoluto farebbe pensare a qualcosa di pur solo lontanamente carino in me o nelle immediate vicinanze: lo sguardo è torbido e così quello che mi circonda, l'acqua non fa che aumentare la forza con cui cade dal cielo e di conseguenza le macchina in segno di sfida non diminuiscono la loro, e si moltiplicano per le strade.

Ma ho in testa un pensiero, che fa capo a un odore, e la causa di quest'odore mi starà aspettando già da qualche minuto al solito ristorante per il pranzo. Solito perché non andiamo mai a mangiare nello stesso ristorante... sembra una contraddizione in termini ma non lo è, credo, sono troppo preso, permeato addirittura dal pensiero di un piumone che cattura particelle impregnate di odore che a poco a poco l'aria fredda della pioggia fa dimenticare al mio olfatto emotivo. Pioggia che riesce anche nel lavoro sulle scarpe fallito dalle pozzanghere cadute sul terreno.

Anche i jeans cominciano a inzupparsi ma per fortuna sono arrivato, in ritardo di dieci minuti, ma sono arrivato. Purtroppo non arrivare in orario a un appuntamento con una donna non vuol dire necessariamente arrivare per primi. Scanso con eleganza camerieri e occhiate anti-pregiudizi contro il mondo femminile e mi siedo a un tavolo scelto con indifferenza sulla sedia che dà le spalle all'entrata per mostrare (o fingere) la stessa indifferenza a lei quando entrerà. Mangio le unghie e le pellicine intorno, anche se sarebbe molto più corretto dire che le mordicchio solamente, ma chi è il mio nervosismo per ribellarsi ai centenari modi di dire?

"Dovresti comprare una pallina antistress" sento all'improvviso, ma è soltanto il mio cervello che parla coi ricordi che ha immagazzinato.
Guardo le persone ma nessuno ricambia l'interesse, e allora chiudo gli occhi mentre aspetto.
Aspetto seduto. Ho gli occhi chiusi per il sole alto nel cielo. Un gabbiano indora di riflesso gli sguardi che lo ammirano, ma posso solo immaginarlo. Di sicuro davanti a me c'è il prato accuratamente curato dalla selvaggia natura, e tanti alberi che il vento smuove facendo parlare le foglie; a un tratto qualcosa sovrasta queste voci, è mia nonna che ha terminato le grandi opere in cucina e mi chiama. Anzi, dice soltanto di andare a lavare le mani, ma la logica è sempre stato il mio forte, sin da quando mangiai per sbaglio un sillogismo all'età di cinque anni. Sapete come sono fatti i bambini, d'altronde tutti lo sono stati e pochi tornano a esserlo. Seguo la scia del pranzo come nei fumetti senza librarmi altrettanto bene nell'aria.

Dal tavolo alle pietanze, tutto è stato preparato completamente a mano, niente è uscito da una catena industriale, magari forse le posate. Cinque intense ore di preparazione interamente dedicate alla mia soddisfazione emozional-gustativa. O al massimo un'enorme scritta DOC sulla pelle appena marcata a fuoco, grondante sangue e bontà, se vogliamo essere più brevi e crudi insieme.

"Dovresti essere più genuino", ecco cosa ha detto, e in un attimo o poco più ho pensato a tutto ciò, forse alimentato dalla fame. Come si può essere genuini? E se questa mancanza di "genuinità" o chissà cosa, non fosse altro che pura e semplice atarassia? Tutte queste fantasie e domande mi stordiscono i sensi, e quando mi riapproprio della vista mi accorgo che non sono più solo al tavolo, finalmente.

"Ciao, ipocrita" e alza un angolo della bocca. Faccio per rispondere ma qualcosa cattura l'attenzione, alla mia destra: il ragazzo di quella coppia ha chiuso gli occhi, e immagino stia immaginando una qualsiasi città della grecia in età arcaica dove un coreuta privo di motivazione valida cominciò a rispondere al coro di cui faceva parte, e per tale motivo venne chiamato con quel nome con cui sono stato appena apostrofato.

In questo sogno senza sonno non si sente un bel niente, come nei vecchi film muti, ma è tutto abbastanza colorato, anche se non vividamente, io immagino così l'immaginazione, soprattutto quella altrui.
E il coro, forse proveniente da quella che chiamano realtà, da cui con costanza e insuccesso cerco in ogni modo e strumento di evadere, gli domanda: "ma tu cosa vuoi dalla vita?" e il mio mondo, per un istante che dura ancora adesso, si ferma.

fine



4
4.1 Una fredda cella




Coil - A Cold Cell

È il solito sabato da ballare, il tributo con cui onoriamo il nostro dio personale che ci guarda, soddisfatto, muoverci nei nostri ritmi a lui congeniali, o almeno così penso per un istante, spinto con forza dall'alcool sull'orlo del baratro dell'incoscienza. Rimango tuttavia per lo più razionale a osservare intorno le sagome e i colori sparsi, e come mi capita ormai spesso ultimamente in queste serate, alzo lo sguardo e fisso le luci che si accendono e si spengono costantemente, come fossero nuvole che si spostano volando per il cielo: io giù, ancorato dalla gravità, spero che mi prendano e mi portino via con loro, ma le spigolosità della mia faccia, del mio sguardo, non valgono coraggio da sprecare né per loro né per gli esseri umani che mi circondano.

Ciò mi risparmia anche la fatica della conoscenza altrui: sono ormai convinto da anni che ogni persona è assolutamente impossibilitata a conoscere sé stessa, figurarsi un'altra, a prescindere. Ogni relazione, di qualunque grado e genere, è soltanto una sfumatura: tentare di aggiungere colore, se rimarrà sempre sbiadita, è abbastanza inutile. Mi congedo da questi paragoni adolescenziali e mi siedo, mettendomi a guardare attentamente gli altri mentre una canzone tira un'altra e non sono in grado di star loro dietro.

Lei è lì. Non riesco a controllare gli sguardi di gelosia che lancio inutilmente tra la folla; lei al contrario non mi vede: più che far finta di non vedermi mi guarda proprio attraverso, per lei sono meno di un fantasma.

Oggi mi sono innamorato ben tre volte, è un record. In negativo. Come quando mangi o bevi troppo qualcosa e anziché diventarne dipendente, ne diventi intollerante: difatti il mio corpo s'avvampa e chiazze rosse si cospargono sul petto, nascoste per bene dalla mia maglietta. Mi apparto in un angolo e vomito tutto quello che posso sull'asfalto, poltiglia alcolica e confusione, che assorbe con noncuranza.

Non sono bravo a fare in modo che le cose vadano come desidero, non sono bravo a esternare le mie volontà subdolamente o meno, eppure a volte desidero ardentemente che le persone siano pupazzi di plastica con cui giocare a mio piacimento, piazzare dove voglio, combinarli come mi pare. Ma non sono bravo a organizzare neanche la mia vita, che all'apparenza potrebbe sembrare disordinatamente ordinata, con ogni cosa al suo posto congeniale, più che funzionale, come ogni mia stanza dove ho vissuto da quando ho preso il possesso mentale della mia vita.

E invece sono su una macchina diretta non so dove, trascinato da una volontà più forte della mia, che quasi non esiste. Tuttavia non mi rassegno, e faccio tutto quello che posso che tentare di fuggire, mentalmente. Vorrei scendere e scappare, ma non posso, le portiere sono bloccate e i miei pensieri pure.
Usciamo dalla macchina e ci accoglie il gelo, che mi risveglia per un istante, giusto il tempo di trovare una scusa patetica ma plausibile che mi permette di andare via da loro.

Anche oggi ho fallito, anche oggi sono stato trascinato. La fuga che ho messo in atto è soltanto un ritorno allo stato iniziale, pronto a far ricominciare questa routine debilitante.
Non mi aspetta nessuno, eccetto la mia figura allo specchio, che mi guarda con cipiglio. Forse pensa che lei farebbe di meglio. Non sa che nell'attività ci sarà pure la vita, ma è nella contemplazione che si cela il piacere, forse anche a livello semantico, non m'importa scoprirlo proprio adesso.

Preferisco spogliarmi per intero, scoprire incosciamente affinità con l'immagine indefinita di un qualsiasi prigioniero di una volontà altrui che s'è manifestata costante dall'inizio del tempo: non sono in una cella, non fisicamente almeno.
Giro per la casa e voltandomi a ogni specchio colgo il particolare delle mie braccia segnate da bruciature di sigaretta che mi procuro giusto per riuscire a sentire qualcosa più del solito nulla che caratterizza le mie giornate. Per fortuna ho iniziato a fumare soltanto da un anno, indotto dalla noia di un'apatia chiamata vita.
Con la sigaretta in mano bevo baileys's sottomarca e anziché scrivere mi perdo tra le nuvole di fumo che respiro; sospirando un abbraccio qualsiasi sento il mio corpo scivolare nel qualunquismo dell'anima, inerte.

fine


4.2 Amore e comunicazione




Cat Power - Love & Communication

Gli occhi le s'aprirono avidi di novità, quel giorno, ma poco o niente nell'ambiente attorno era cambiato. Non aveva mai ben sopportato la vista di quelle tende rosse, specie col sole di prima mattina, che le rendeva a dir poco odiose. Eppure era l'unica difesa contro gli sguardi della curiosità altrui, che era sicura capitasse di tanto in tanto a spiarla più o meno di nascosto, come soleva dirgli lui qualche tempo fa.
Forse era per questo ricordo che non le piacevano, e dire che c'erano così tante cose lì intorno che avrebbero potuto ricordarle lui, ma quelle avevano un qualcosa in più, chissà perché.

Per esempio la foto di loro tre un'estate fa, lui, lei e l'altro, appesa sbilenca appena sopra il comodino. Sbilenco anch'esso, appoggiato per miracolo alla foto, c'era un braccialetto viola che portava sempre in quegli ultimi mesi. Era stato un regalo stupido da parte di lui, e lei gliene aveva comprato un altro in cambio, ancora più stupidamente. Facevano una bella coppia di stupidi, ogni tanto, anche se nessuno lo sapeva e solo in pochi lo sospettavano. Non ricordava se quella volta l'aveva indossato, i ricordi vanno e vengono, si sa, e quando diventano quotidiani cominciano a entrare dentro di te, ad aggiungersi al resto della tua propria personalità, tanto che è difficile buttarli via, lontani dalla memoria, fossilizzando una parte di sé.

Proprio da quella sera nella foto avevano cominciato a parlare di lui, fino al giorno prima; e stavolta un motivo c'era, e non riusciva a non pensarci. Maledetto l'alcol e chi l'ha inventato, che sia dio, madre natura o babbo natale. Forse non doveva andare a finire così, non si poteva tornare indietro ma ricominciare magari. In qualche maniera lo sentiva dentro di sé, ma era passato così tanto tempo, e non si sentiva pronta, non lo era mai stata veramente. Una crepa nel controllo le permise infine di provarci.
«Dormivi ancora? Senti, devo dirti una cosa...»
Lui dormiva ancora nel suo letto, anche questa volta da solo: dormiva o meglio tentava di farlo tra un rumore e l'altro che provenivano da fuori. Chissà perché i gabbiani si trovavano lì a fare casino. Che si riunissero apposta per lui? Solo un paranoico cronico poteva minimamente pensarci, e lui era fatto malamente così, non aveva scelto di esserlo eppure faceva pochissimo per cambiare la situazione. Neanche ai tempi dell'umanesimo qualcuno si era visto così al centro dell'universo conosciuto e no. O era l'antropocentrismo? Incuranti delle indecisioni culturali sulla scelta delle parole, quelli ancora continuavano a volare e cantare gridando chissà cosa; se fossero stati cigni o corvi sarebbe stato facile decifrare i loro messaggi.

Neanche gli acidi gastrici dormivano, ma danzavano allegri il walzer del reflusso lungo la laringe e la faringe, adorabili nei loro completini di fumo e malavita.
E i neuroni! Oh, quelli non smettevano di accoppiarsi come pazzi, senza ritegno, seguendo un ordine sinaptico segreto. Sarà un'ora che mi rigiro. Non pensare a niente, libera la mente. Ciao, come stai? Cosa dovrei dirti? Che ore sono lì?
Che sembra che siano passati solo pochi giorni dall'ultima volta in cui ci siamo visti? Che sembra un'eternità quella che dovrò passare prima di rivederti in chissà quale futuro? Eppure sono mesi. Dall'una e dell'altra parte. E io in mezzo, qui, in questo limbo, ad aspettare.

Cosa ci ha separato? Una fatale divergenza di obiettivi, a scriverlo in maniera formale. E proprio della formalità s'è occupata la mia mente, come non faccio di solito. Forse sì, forse è il fatto che tutto si sia fermato proprio quando stava finalmente per partire, quando stavo finalmente per partire. E la cosa ti ha lasciato male al punto che hai cercato altro, solo per non pensarci. Sì, diro così, non appena mi sveglio la chiamo e le dico tutto. Anzi no, le scrivo una lettera, come si faceva prima, anzi.

Questo gli circolava nel cervello, e avrebbe sicuramente continuato a farlo se solo il telefono non avesse squillato.
Il sole stava cominciando a calare, e le illusioni che aveva creato con esso. Sembrava tutto uguale, come sempre. Lavò soltanto la faccia e i denti, il resto non importava. I vestiti erano rimasti addosso dal giorno prima, non c'era bisogno di cambiarsi. Allora prese il braccialetto, e con calma assoluta lo cestinò.
E poi lo riprese, come se fosse la cosa più naturale al mondo da fare, e lo indossò nuovamente, tenendo per un attimo gli occhi chiusi. Aprì la porta riaprendoli: quindi una spessa coltre d'ego pervase il suo corpo, e si preparò ad affrontare il mondo, senza pensieri, senza ombre.

fine


4.3 Disordine, disturbo, confusione




Joy Division - Disorder

Credo che fuori ci sia il sole, posso solo sperarlo, mi rimane solo quello. La finestra è aperta ma il resto del palazzo oscura il mio resto con innocente malvagità. Almeno oggi il capo mi ha dato una promozione da invidia, quella che adesso provano i miei colleghi, che ancora se ne chiedono il motivo. Odio i miei colleghi, prendono tutto troppo sul serio. Ma d'altronde questi esalterebbero parole ed emozioni per un nonnulla.

Le parole devono avere un senso e solo quello quasi. La comunicazione tra noi dev'essere perfetta, quindi vera, inequivocabilmente vera. E quando parli con loro vorresti non avere mai iniziato, davvero, mi è sempre capitato. Non capisco tante cose di loro, ma soprattutto: cosa si credono di trovare in me? la perfezione? sembro uno perfetto, io? è in questi momenti interrogativi che di solito dico una cazzata. Tu vuoi solo sdrammatizzare la loro serietà. E tu non fai in tempo a farlo che subito se ne lamentano. Questi sei che confabulano tra loro non capendosi, mi isolano e mi sparlano e mi sfottono. I miei difetti ingigantiti all'inverosimile, come se loro fossero perfetti. Brutti stronzi, io vi disprezzo e vi ignoro. Totalmente, non esistete.

Ho la mia vita, che ha avuto i suoi momenti, e la mia mente li ricrea, grazie anche all'ausilio di un album fotografico mentale, durante una normale pausa caffè. Oggi sfogliavo le foto di quel periodo. Mi sembrava fosse già passata un'eternità, ed è già passata. Dio si sentirebbe così: "e qui è quando ho fatto quel casino col diluvio, ti lascio immaginare il costo dell'idraulico".
Ho questo pregio: posso essere blasfemo e non divertente allo stesso tempo. Chissà se anche lui ogni tanto viene rapito dai pensieri, e torna indietro con la mente. Essere perfetti avrà anche i suoi difetti. Se fossi perfetto mi toglierei un pregio alla volta, per evitare la noia. Fino ad averne nessuno, o forse uno, e poi ricominciare. Riguadagnarli uno dopo l'altro, sfumature così vicine che si riagganciano da sole. Fino a riaverli, tutti, e poi ricominciare. Uno scivolo infinito, aggirando la noia, cui intorno ruota tutto.

Come risvegliarsi di colpo da un sogno appena iniziato, e non capire la realtà, e convincersi che essa non esista. È soprattutto questo scrivere una cosa dimenticando il suo riferimento reale che l'ha fatto scaturire. Come le due frasi precedenti, scritte in momenti diversi che non si conoscevano l'un altro, non si riconosceranno. E così anche a caso, mischiate un senso all'altro.
Che una volta rilette non avranno i loro sensi, che una volta sono esistiti a sé stanti e non si sfioravano. E una terza, a infiorettare per bene. Una quarta d'ornamento prima della quinta per allungare un po' il brodo, altrimenti sarebbe così semplice comprendere tutto. E le vostre, sei o sei miliardi. Danzavano una grande danza attorno la noia. Solo per aggirarla, la grande dominatrice di tutto.

Ma c'era una foto che mancava. O forse erano più di una. Una raffigura l'estrema verità, che acceca e confonde. Un'altra sei tu, che sorridi. Non scherzo dicendo che sono simili, in qualche modo. D'altronde le coincidenze e le ripetizioni non sono che controlli mirati dettati dalla casualità, che li rincorre a fatica. Parole uguali dette da bocche simili utilizzate da persone rimpiazzabili che mi guardavano con occhi sostituibili e che ripetevano gesti soliti in contesti usuali entro determinati momenti intercambiabili.

Erano i tuoi occhi, che mi comunicavano la mia esistenza, a farmi vivere, appunto. Io ero io solo e soltanto grazie a te che mi guardavi, sorridendomi. Chiunque tu fossi, durante tutta la mia vita. Ci sei stata, ci sei e ci sarai, e io dovevo celebrarti in qualche modo.
Una canzone forse sarebbe stata meno complicata e accettabile, ma sono fornito soltanto di lettere a volte vuote e fuorvianti e un'ironia che non aiuta. E il senso di tutto questo mi volta le spalle e se ne va, e le parole rimangono per sempre inesplicabili. Davvero non ci riesco, vi giuro, non mi chiedete neanche. So solo che sono certo ci sia un senso in tutto questo, in tutto quello che combino o dico, e pure se non lo saprò mai so che c'è e bramo di ricordarlo. La mia vita esiste tutta in un solo momento dilatato all'infinito.
C'è un senso, lo so. Tutto questo ha un senso, nella sua totalità. È così.

Sei tu, forse, che mi sorridi dall'altra parte delle mie parole? Mi dispiace.
O almeno credo, forse non è vero che mi dispiace, forse è solo il tuo sorriso che mi acceca e mi fa credere al dispiacere quando non è nient'altro che banale felicità. La più pura, simile a quello di un bambino che scende via lungo il suo scivolo, ignaro del senso di tutto quello che gli sta attorno. Sentendosi un dio incosciamente, la più grande gioia inesplicabile, incosciente.

Come quella di un bambino, un altro o forse lo stesso, che si rende conto e subito dopo si dimentica la prima volta in cui ha messo per iscritto i propri pensieri, e solo quelli, uno specchio del proprio io. Come quella della mente che comprende appieno la successione di numeri primi, e prova passione totalizzante nei loro confronti separandosi da tutto il resto. Come quella di un bacio, di due corpi uniti, di due sovrapposizioni di identità. Nel desiderio di esistenza che risiede negli angoli più segreti del cervello, dove sarà anche nascosto il senso di tutto quello che ho vissuto, sto vivendo e vivrò nella sua dilatazione più infinita possibile. Sei tu, forse?

fine



5
5.1 Visioni della divisione




The Strokes - Vision Of Division

#1 in pace con le singolarità

The Notwist - One With The Freaks

Salve, mi presento, sono uno scrittore. Uno dei tanti. "Dei", e non "tra" perché non amo stare in mezzo agli altri miei colleghi. La maggior parte di noi non riuscirebbe neanche a riconoscere un suo simile, e se è così ci sarà un motivo. La cosa migliore che possa capitare non è rendersi conto di fare per mestiere la stessa cosa o quasi, ma... no, sto divagando, e questo è uno dei pregi e difetti del mio lavoro, che poi è anche il mio essere.

La prima legge non scritta che dobbiamo osservare dice di non parlare, o scrivere, o far capire niente della propria essenza, o del proprio modo di lavorare, quasi la stessa cosa se mi avete seguito fino ad adesso. Vi spiegherò addirittura come faccio a scrivere quello che scrivo, e fornirò anche un facile esempio, forse non inventato.

Fondamentalmente giro per la strada, e guardo. Vedo qualcuno, e immagino, ma sto così lontano che non sento niente, e se sento dimentico prima di trascriverlo. Mi è precluso scrivere i dialoghi, mettere delle parole in bocca agli altri; non sarebbe giusto e non per niente sono anche un igienista convinto. Mia madre non approverebbe affatto. Difatti non penso sarebbe contenta di sapere che posso affermare falsità e fare false dichiarazioni, come e quanto mi piace, se ciò equivale a una maggiore resa emotiva. Se solo lo sapesse.

L'importante comunque è crederci, o almeno far credere. E con le parole è così facile, non come con le immagini o i suoni, che richiedono svariate alterazioni cognitive e sensoriali, per scivolare un attimo sul tecnico. Come quelle volte in cui rischi di cadere per colpa di una falsa dichiarazione, bianca nell'aspetto ma terribile dentro. Sto divagando ancora, e in maniera incomprensibile, perdonatemi. Ritorniamo all'esempio e non abbandoniamolo.

Il venerdì sera qualcuno s'innamorò. Al primo stadio, quello che fa sempre piacere, che spesso è dimenticato perché se ricordato fa troppo male, nonostante non ci sia nulla di cui vergognarsi, dichiarato o no. Era un sabato notte, quasi mattina, e nessuno rischiava di scivolare, la pioggia o la neve sarebbero arrivate soltanto dopo due giorni. Stavo seduto alla fermata degli autobus, ad aspettarlo.
I mezzi di trasporto contemporanei sono uno dei posti che preferisco, tra i tanti dove mi capita di vedere e seguire le storie incrociarsi. Come se le vite non si incrociassero su ogni possibile centimetro quadro di questa Terra: sta di fatto che mi piacciono, sarà il colore dei sedili, dove mi trovavo nel momento in cui scorsi un personaggio.

Poco distante, irrequieto e chino su un telefonino schiacciava lentamente sulla tastiera i tasti. Lentamente, e lo teneva sempre in mano. Non bisognava certo essere dei professionisti del settore per capire che procedeva verso una meta che era difficile da raggiungere, ma tuttavia ci provava, avendo comunque paura di sbagliare.

Tutto ciò era causato dall'esercizio mentale per cui si sforzava di vedere sé stesso come l'avrebbe visto un altro. Non un altro generico, ma svariati altri specifici. E anche come l'avesse visto sé stesso, e questa era la cosa più patetica, pure a livello linguistico. Nessuno però riusciva a spiegare il motivo secondo cui indossasse due scarpe di modello uguale ma di colore diverso. E neanche lui ovviamente. Neanche il motivo per cui si nutriva di tensioni affettive.

Avete presente quando un essere umano prova qualcosa a livello fisico e mentale, ma né parole né azioni ne scaturiscono? Lui se ne cibava, letteralmente, sia che le generasse lui che fossero altri a farlo. A livello mentale, s'intende. Più a lungo duravano più piacere ne traeva. E passava da eterno indeciso, per quello che non riesce a darsi una mossa, come se quello che aveva in quel momento non fosse quello che desiderasse, che per gli altri corrispondeva invece a qualcosa di infinitamente più materiale. Certo era in ogni caso migliore della dieta dei libri.

La cosa bella è che faceva tutto ciò incosciamente. Per questo motivo a volte pensava di essere bloccato nei sentimenti, di non provare niente. In realtà provava qualcosa, ma forse solo per una persona, che forse non sapeva, o forse sperava di esserlo. E lo speravano tante persone che lui frequentava, ma forse una, o neanche quella, era quella giusta. E se lo fosse stata forse aveva già qualcuno al suo fianco, o forse non l'avrebbe mai saputo, l'importante era sperare, credere, sentirsi pazzi per quella possibilità.

E impazzito, lui, scese giù dall'autobus, con una scelta che pareva più ponderata che tempestiva. E per poco non mi scappava, ancora col telefono in mano. Pedinare non è facile quando sei uno nuovo, e per fortuna non lo ero da un po'. È che a volte mi viene da pensare a come sarebbe una vita dall'altro lato, in mezzo a tutti quegli schemi e quelle connessioni. Dovrei scrivere qualcosa a riguardo, immaginarmi cosa sarei e cosa farei. Roba da farmi divagare anche qui con voi, come al solito.





#2 sogni lucidi

Franz Ferdinand - Lucid Dreams

I minuti passavano mentre tornavamo, non visto, alla fermata dalla quale eravamo saliti prima, aspettando un segno. Che poi arrivò, e ci fece risalire su un altro autobus, stavolta diretto verso la direzione opposta. L'avrete già sicuramente immaginato, o ve lo sarete aspettati, scommetto. Siete così sofisticati che i minimi espedienti narrativi non nascondono sorprese che non siano già state svelate per intero o quasi.

Intanto che voi pensate, la città si trovava nel momento in cui è troppo tardi da chiamarlo notte e troppo presto per definirlo mattino. La fermata arrivò, lui la ricordava nonostante fosse venuto lì soltanto una volta o forse due o tre. Che importa?

Pensava di essere in ritardo, come spesso faceva, e invece no, non c'era nessuno, come in un brutto sogno. Per non pensare alla sua vita e al perché si trovasse lì in quel momento prese a guardare la vetrina di un negozio di elettrodomestici dall'altra parte della via, fantasticando in maniera del tutto astratta o quasi su quegli oggetti.
L'unica cosa sensata era la domanda che voleva porre a lei quando fosse scesa, avesse aperto la porta e si fosse avvicinata a lui, guardandolo per un attimo dritto negli occhi, un attimo che gli avrebbe fatto dimenticare ciò che voleva dire, come accadde davvero dopo che attraversò la strada.

Cominciarono a parlare, chi più chi meno. Nessuno aveva idea di dove andare, così cominciarono a camminare, e io con loro. Lei indossava sotto tutto ancora il pigiama, che aveva messo mentre lui tergiversava sul da farsi sull'autobus. Se tu che leggi pensi di essere quella in pigiama forse sbagli, è una cosa così comune che neanche ci si immagina. Forse non si sente dire molto in giro, ma in realtà è una cosa che hanno fatto più o meno tutti, come quella di riaccogliere qualcuno che è andato via, davvero. Di certo non è una cosa di cui vantarsi tra gli amici.

Qualcuno a volte ci riesce, e, nonostante tutto, decise di andare a vedere se fosse aperto l'unico luogo che lei pensava potesse esserlo a quell'ora così mattutina. E lo era, per fortuna. E in qualche senso pieno di persone. Lui camminò un po' all'indietro, soppesando la bellezza del viale alberato che stavano percorrendo tra le parole. Avevano come l'impressione che la vita non era proprio come immaginavano a volte. Odiosa, intendo.

Passeggiavano andando alla ricerca di persone ormai passate, invano, anche quando discutevano delle proprie vite, non pensando, come fanno tutti, che anche per quegli istanti del loro presente sarebbe arrivato il momento della cristallizzazione, più in là nel futuro, inattesa. Passarono dei bei e brevi attimi di spensieratezza, parlando del passato e confessando i piani futuri, quelli a breve e lungo termine. Ma c'era qualcosa in più che in quel momento era fuori tempo, e lo avvertirono entrambi, credo.

Si fece tardi quindi, nonostante fosse così presto; stavamo tornando alla fermata, sempre la solita predisposta alla salita, come se ci fosse solo quella in tutto l'universo. Lui decise di tornare indietro, nella fermata più vicina a casa sua, quella con gli elettrodomestici in vendita davanti, per intenderci. Così, per perdere tempo, allungandolo di qualche passo, perché quando incontri qualcuno simile a te è meglio fare così. Prima della separazione, che avrebbe cominciato a diluire nel nulla le parole e i gesti fino a quel momento dette, realizzati. Provò qualcosa in quel primo e forse ultimo abbraccio, e in quello si perse.

Non capì quindi le ultime parole che lei gli rivolgeva, e il suo sguardo era smarrito, come sempre. Salimmo sopra l'autobus senza neanche pensare a cosa stava facendo, con la testa da tutt'altra parte. Solo gli occhi ripresero il controllo, finalmente, e videro una schiena allontanarsi. Se questa volta avesse come al solito provato a vedersi dal di fuori non si sarebbe che considerato patetico, chiunque avesse impersonato in quello sguardo che si rivolgeva. Ma era impossibile e se ne fregava, finalmente, sotto una nuova luce di un nuovo giorno già iniziato. Quella che illuminava un ritorno amaro, ma non solitario: la gente andava, e qualcuno come lui tornava, però palesamente più ubriaco.

Una canzone senza titolo cominciò a risuonargli nelle orecchie, nota dopo nota. La usava sempre per riconciliarsi col mondo, o mentre faceva jogging qualche tempo prima.
Sta di fatto che ero svariatamente stanco dopo tutti quei saliscendi. Provateci voi a fare la mia vita, con tutti quei codici e quelle regole, tra le altre cose.
La seconda legge dice che non è possibile disattendere i limiti che sono stati fissati per la propria persona. A volte non m'importa, altre volte è diverso.
Faresti meglio a tornare un'altra volta indietro, stava scritto sull'angolo strappato da un giornale che gli lasciai nel sedile a lui vicino, quando gli passai accanto e andai fuori dall'autobus all'ultimo momento, esattamente come in una scena della vita normale. Non avete mai visto qualcuno uscire da un autobus?

"Ciao -gli disse- era tanto che non ci vedevamo, vero?"

E poi sorrisero rivedendosi, credo. E poi sorrisero baciandosi, vi starete immaginando; ma chi può saperlo?

fine


5.2 Una fine ha un inizio




Editors - An End Has A Start

Non è affatto una buona idea, per iniziare un resoconto, dire che mi ero leggermente perso. Solitamente cammino lentamente e seguo l'istinto. Sta di fatto che è cominciato dal niente: così come buona parte delle cose o degli eventi che capitano. E a me più del solito, di recente.

Ero su una panchina, e studiavo, si sarebbe detto dall'esterno. L'interno invece era frantumato, e se fosse una scena da film psicologico e visionario direi che leggevo sul libro altre parole, riferite a me e alla mia vita. Più che visionario, paranoico. Ma non sono artista nella vita reale né tantomeno pazzo. Forse.

Passò una macchinina, che non saprei definire altrimenti, piena di due adulti e svariati bambini. Passò di nuovo, e una simpaticona con meno di otto anni e alta meno di un metro e mezzo (a occhio, era seduta), mi salutò: "Ciao signore!" Prima ancora di rendermi conto dell'appellativo, o forse no, la salutai di rimando con quanta più felicità possibile. E lei mi spiazzò, così: "Fuma bene!" E non tanto per il modo, quanto perché mi resi conto che ancora una volta m'ero preso una pausa dai miei compiti. Sono egocentrico, lo so.

Meglio andare da altre parti, pensai e feci. Mi ritrovai seduto sulla scalinata di fronte la Galleria nazionale d'arte moderna, più esattamente sulla scalea Bruno Zevi (se sia la preposizione corretta per quella parola non so), tra l'esedra Petar II Petrovic Njegos e quella dedicata a Giulio Carlo Argan.

Come sempre ero da solo, se s'escludono gli insetti ma soprattutto le formiche che mi ballavano intorno, se mi passate l'egocentrismo. Loro invece non me lo permettevano, e mi disturbavano, più in maniera fobica che reale, su quel gradino. Dannate psicotiche. Presi quel che restava della sigaretta appena arrotolata, lo accartocciai e glielo tirai di sopra, con garbo. Cominciarono a dimenarsi, più di prima, come se quello fosse un segno divino finalmente arrivato. Brutta cosa la solitudine.

Decisi di tirare fuori il libro dallo zaino e rendere quella giornata proficua. Sogno ogni giorno di riuscirci, ogni volta. Purtroppo le parole erano distanti, troppo, e a un certo punto decisero di allontanarsi pian piano dalle righe, scivolare giù per la scalanatura dei fogli e fuggire via. Bastava chiudere gli occhi e riaprirli e tutto tornava come prima, mi accadeva spesso. Forse. Stavolta a distogliermi dall'irrealtà ci pensò il mondo esterno.

Alle mie spalle arrivava una famiglia che scendeva investendomi con rumori in un'altra lingua, e su di essa concentrai il mio fastidio. Inconsapevolmente non paghi di avermi irritato al loro passaggio, si fermarono a pochi metri davanti, continuando dei discorsi, che immaginai fossero rivolti al bambino tra di loro che rideva nonostante la canzonatura. Li lasciai alle loro risate e risalii dopo aver riconsegnato il libro al suo habitat, accanto la fotocamera, che non avevo toccato per la mancanza di impressioni positive suscitatemi dagli ambienti o persone sfiorati dagli occhi finora.

La mattina m'ero svegliato come al solito con un dolore alle gambe, la testa pesante, il resto del corpo assente e la mente non pervenuta, dispersa tra i ricordi dei sogni che avevo fatto, e che doveva abbandonare per consegnarsi inerme alla parte peggiore della giornata che stava cominciando, come sempre. In pochi attimi il cervello si svuotò di tutto e prese a pensare a ciò che andava fatto durante la giornata, a parte un dettaglio che era rimasto incagliato. Un paio di scarpe rosse, indossate da non so chi, che adesso, parecchie ore dopo, mi si presentarono qualche metro distanti da me. E si stavano allontanando.

Decisi di seguirle, ovunque stessero andando. Non è che decisi, è stato il mio corpo a farlo, dettato dall'inconscio o chi per esso. Attraversammo a distanza una ventina di strade. A un semaforo un tizio con evidente fretta stava fermo sulle strisce pedonali. Per un momento ebbi l'impulso di avvicinarmi e fargli notare la lontananza dello stop, ma non sono un tipo da diverbi. E se avesse alzato le mani? Già avevo rischiato la vita a causa di un acquedotto decandente; e poi non potevo perdere metri, stavo pedinando. Mi fece strada verso la metropolitana, giù sotto terra. Stavo lì dalla parte opposta, comunque sulla sua stessa banchina, a girarmi ogni tanto, a guardare quelle scarpe rosse.

Dall'altra parte arrivò prima. Cambiai banchina e vi salii sopra, abbandonando quell'inseguimento senza senso. Come nella maggior parte dei rapporti con cose e persone che stanno dentro la categoria "d'amore, fascinazione e altro", a qualsiasi grado li cogli: a volte sei fortunato e passa, a volte si cristallizza e sei fottuto. Stavolta era passato. Mi ripromisi che non avrei fatto più niente del genere, mi lasciai dietro la follia che m'assaliva ogni tanto. Fosse stata almeno una follia in cui annullarsi completamente, a cui delegare il mio corpo per la soddisfazione dei bisogni, qualunque essi fossero. Invece no, era parziale e anche decisamente stupida. Stupida almeno quanto me, che dovevo ancora iniziare a studiare seriamente.

O forse sbagliavo tutto. Relativamente, considerato che giusto e sbagliato alla fine dei conti non esistono mica, per dire semplificando. Piuttosto che perdermi nella follia avrei dovuto riconsiderare la negazione. Di un po' di tutto, a partire dalla biologia, in senso lato. O forse è negando che si arriva alla pazzia, e solo assecondandosi si arriva alla completezza, all'espressione di sé. Ma perché definire una sacra scrittura di me, se già avevo rifiutato tutte le altre?

Perché io sono io. Ma io chi sono? Guardando pezzetti della mia vita a caso del passato, mi vedevo oscillare tra negazione e affermazione, indifferenza e sensibilità. E continuavo a oscillare, ora dentro una metro, e dietro una folla di soggetti non interessanti.

Poi mi pare ci fu un'esplosione, e di conseguenza una frenata violenta. Era tutto confuso, non ricordo bene; non sono il più adatto a descrivere quello che è accaduto, le immagini della videosorveglianza lo farebbero meglio: mostrerebbero tutto nei più minimi dettagli, dal loro alto punto di vista oggettivo. Se solo avessero registrato qualcosa.

Chiusi gli occhi. Li riaprii la mattina, come al solito m'aspettava un'erezione. Il giorno dopo morii, niente di nuovo.

fine


5.3 Simulando i libri




Lali Puna - Faking The Books

C'era una volta, quand'ancora la malattia della dipendenza dalla televisione non s'era diffusa in ogni stanza del creato e i cervelli annegavano nella fantasia, una casetta piccola piccola. Non così piccola, però, era grande abbastanza da contenere vite umane decenti, dell'ordine più inferiore forse. Di quelle che hanno bisogno di poco per tirare avanti, o comunque ci provano.

Non è il caso di indagare, almeno adesso. Si sa solo che era quell'esatto momento della notte in cui le ore piccole faticavano per ridiventare grandi, e i cassonetti aspettavano impazienti, traboccanti di felicità. E un bambino un po' cresciuto faticava ad addormentarsi, costringendo la madre a una veglia poco gradita ma necessaria, fatta di carezze e ninne nanne. E di favole. O fiabe, non ricordava mai la differenza, tant'è che ne conosceva soltanto una, e che fosse una o l'altra poco importava, fintanto riusciva nell'intento. Doveva farlo addormentare.

Una foto sopra un comodino le ricordava qualcuno, e l'odio era così grande che detestava persino il portafoto, ma negare quel ricordo a quel bambino non le sembrava giusto. Quindi la madre, sbadigliante, cominciò a leggere e raccontare:

C'era una volta, al confine estremo di un grande paese fiabesco e incantato nel quale regnava pace e armonia, una casetta piccola piccola, come la nostra, ma con una sola finestra, piccola anch'essa. Era una notte limpida, le nuvole avevano di meglio da fare altrove, e con esse la luna, che volgeva solamente la minima parte dello sguardo.

Ma era solo una coincidenza, niente era pilotato e nessuno ancor meno era lì a pilotare alcunché. Certo, potrei cambiare parole mentre racconto, a mio piacimento, ma non lo farò.

In questa casetta viveva da un po' di tempo un ragazzo che ancora uomo non era, non poteva, e non voleva. Era vittima di un incantesimo maligno perpetrato alla nascita da una strega molto molto cattiva, almeno così si diceva dalla sua nascita.

A lui non dava fastidio, anzi ultimamente ci sguazzava anche un po'. Camminava in maniera strana con le spalle in avanti, a mo' di gobba. I capelli avevano una vita propria, e non se la godevano. Anzi cercavano di suicidarsi non appena era possibile. Nonostante ciò non era calvo, no. Le dita erano lunghe e affusolate, da pianista, gli dicevano tutti. Non aveva mai visto un piano dal vivo, se vivo può essere considerato uno strumento musicale. E anche lui faticava a considerarsi tale. Aveva solo una chitarra, scordata da qualche parte. O forse era semplicemente sfigato, e in quel caso aveva poco da farci, non è mica una parabola, questa.

Anche lui non riusciva a dormire, e passava il tempo che rubava al sonno leggendo. Non per studiare, ma per prepararsi al meglio ai momenti di decisione che avrebbe dovuto affrontare nelle pause tra le letture, il sonno, il lavoro e i bisogni di pulizia. Nei libri pensava di trovare già scritte le situazioni che avrebbe affrontato nella vita, così da partire avvantaggiato rispetto agli altri. Doveva accadere così.

Eppure ogni volta che doveva prendere una decisione si bloccava. Non all'istante, lasciava che la mente considerasse le varie opzioni, tutte le conseguenze. Non ancora deciso su cosa fare, svuotava la mente da ogni altra cosa per raggiungere meglio quel pensiero agognato, quell'azione che ne sarebbe conseguita. E lì si aggrappava, per un istante. Un istante di illusoria decisione, di quello si accontentava. Tutto lì, la mente lasciava di nuovo defluire il mare di pensieri, e lì annegava. Cambiava canale, a essere più politicamente telegenici.

Ma poteva soltanto cambiare quello che ascoltava al giradischi, mentre beveva qualcosa di caldo. Non che sentisse freddo, nonostante il cappello che portava, ma si sentiva meglio così. Intanto fuori nevicava, ma non usciva perché aveva paura di scivolare, di camminare goffamente mentre gli altri lo guardavano, di cadere davanti a tutti. Così restava a guardare alla finestra.

E dire che sembrava normale, a volte. Anche a lui piacevano le cose che tutti gli altri facevano, ma se le faceva da solo era meglio. Proprio non si trovava a proprio agio con altri attorno, e più si sforzava di farsi piacere la compagnia, peggio era, come per tutte le corde che si tirano quando non sono tanto elastiche. Stare da solo aveva però un lieve effetto collaterale, che andava a braccetto col suo essere tanto cerebrale nelle scelte. Ti ricordi il cane che cercava di mordere la propria coda ieri? Ecco.

Il problema non era tanto lo stare da solo, a volte, quanto invece trovarsi a proprio agio con qualcuno e scoprire che gli piaceva. Non riusciva a capirne il motivo, neanche con tutto quello che aveva letto o immaginato. Che fosse stata quella persona ad avvicinarsi o meno, poco importa. Così più cercava di scoprire qualcosa dell'altra persona, anche non in maniera ortodossa, più quella tendeva a sparire. E non tornare più.

Non era colpa sua, ne era sicuro. La mente gli si riempiva di strane e brutte immagini che non lo lasciavano neanche un momento. Pensava in negativo a quello che l'altra persona avrebbe potuto fare nel momento stesso in cui la pensava, e spesso era il suo cervello ad avere ragione, e stava male per questo. D'altronde era il cervello ad avere il controllo di tutto, e il cuore non poteva che seguire gli ordini.
Quella sera accadde invece qualcosa che dire strano sarebbe proprio poco: al di là della siepe vide una luce tremolante che avanzava, facendosi via via più grande tra la profondissima quiete che sovrastava ogni cosa.

Sentì un male indicibile all'altezza del cuore, ma non esattamente lì, un poco più verso il centro. I brividi correvano lungo la sua superficie del suo corpo, a ricordargli che non si sentiva ancora preparato, era ancora troppo presto. Eppure accadde.
Era la ragazzina che nascondeva tutto. Chissà perché proprio in quel momento si trovava lì. La sua storia era strana, ma quale non lo è? Riempiva la sua vita di asterischi e rimandi, e celava le cose altrove. Tutto cominciò per caso, un giorno nascose un gatto dentro l'armadio prima di uscire da scuola, e quando tornò non c'era più. Al suo posto stava solo un ricordo vago, dai contorni indefiniti. A lei quel gatto non piaceva poi così tanto, ma non l'aveva mai detto a nessuno. Accadde anche con altre cose, e persone anche. Suo padre svanì un giorno d'estate, e anche con lui andava poco d'accordo.
Ma lo faceva anche con le cose piacevoli, se non stava attenta; il piacere che ne ricavava era comunque più grande di quello che scompariva, e finché era così, perché cambiare?

Quella stessa notte in sogno si ritrovò senza nulla da nascondere, un mondo vuoto, nero o bianco non si sa, neanche i colori erano stati risparmiati.
Non aveva più niente con cui giocare, nessuno con cui parlare, nessuna pagina su cui scrivere. Ma era solo un sogno, nella realtà s'era limitata a nascondere il suo cuore, e adesso vagava per ritrovarlo chissà dove. Che fosse lì, da lui? Tolse il cappuccio, scrollandosi la neve di dosso, e bussò.
Lui stette a guardare tutto, aspettando; poi aprì la porta e...
Ma dormi! Proprio alla fine! Vabbè tanto si sa, alla fine vivono tutti felici e contenti.


Una finestrella si aprì nella porta della cella, e due occhi osservarono i sonniferi fare il proprio corso, anche stavolta. Chissà a chi o cosa pensava. Ma questa, si sa, è un'altra storia, su un altro canale.

fine


5.4 L'amore ci distruggerà




Joy Division - Love Will Tear Us Apart

#1 nuotando nell'aria

Marlene Kuntz - Nuotando Nell'Aria

Il sole sta quasi già sorgendo, eppure i numeri dicono che per te è ancora notte. Quasi ogni notte è così. Stai seduto alla scrivania davanti al computer, bevendo un caffè che svariati milioni di persone nel mondo, tra i quali coloro i quali ti ci hanno messo, non chiamerebbero tale. A te nonostante tutto piace: lungo, lento, da compagnia. Ami berlo fumando una sigaretta, anche se a molti, i più simpatici, spesso non sembra. Tutto allo stesso momento, che non per forza è solo uno. O forse è uno solo ma abbastanza lungo.

Attorno a te ci sono tante variabili che già dopo pochi giorni avrai dimenticato, che dopo tempo saranno come mai esistite. C'è una canzone in sottofondo di cui non ricordi il titolo e il televisore dietro, di lato, trasmette muto qualcosa di cui non capiresti neanche una parola. Anche quello scomparirà dalla memoria, o dall'abitudine. Fuori solo gli uccellini e i primi treni a far loro compagnia. Ogni tanto qualche rumore sul tetto di cui non hai mai ben capito la natura.

Forse sono topi, che come i pensieri stanno lì, in alto e incontrollabili, a darti fastidio. Non fai troppo caso agli stimoli esterni, anzi vorresti annullarli per un momento, almeno una volta, e farti ascoltare in qualche modo. Ma è sempre così difficile, non hai mai niente da dire. Non che non abbia parole, forse il problema è che sono troppe. Sono sempre le stesse da anni che ti girano in testa. Sempre lo stesso tentativo di sforzo proattivo che scade nel nulla.

Come la passeggiata notturna nel quartiere deserto e silenzioso, anzi, pacifico. Poche differenze col resto della giornata, a parte i colori e le persone, che sono comunque sempre poche, per fortuna. Forse anche l'aria, ma non è questo il punto, non è quel momento notturno né questo preciso istante che dovresti impregnare in qualche modo. Ti chiedi se mai arriverà, e quando sarà arrivato, e passato, se arriverà nuovamente. Ti neghi, soprattutto, anche nelle azioni basilari.

Quando ti addormenti pensi, o meglio sogni il domani (che puntigliosamente è oggi, solo qualche ora dopo, almeno sette). Cose da fare, da dire, da migliorare, da strafare. Mappature mentali, schemi da seguire, a volte messi su carta o su bit. Non hai nessun problema ad ammettere la loro esistenza, il problema risiede altrove, o meglio in un altro tempo, anche solo prossimo.

Così quando ti risvegli non vorresti averlo fatto, spesso ti riaddormenti, o come minimo rimani sul letto a pensare alle solite cazzate. Apri gli occhi, alzati. Cosa dovevi fare? Cosa volevi fare? Svegliati, tutti ti aspettano, almeno quelli che conosci, almeno loro s'aspettono qualcosa, ma cosa? Tu non t'aspetti niente, ti va bene per ogni cosa. Una sorta di benevolenza indifferente, per essere riduttivi (cosa che odii fare). In ogni caso le differenze tra le persone ti sembrano insormontabili. Spesso pensi che salto di fede sia l'unica espressione che possa spiegare bene quello che fai o fanno gli altri.

Solo che a te rimane sempre un'espressione strana sul viso, anche quando comunichi con le persone, inspiegabile e spesso spiacevole, almeno da quello che hai avuto modo di capire nel corso degli anni. I sensi e i nervi forse sono più sviluppati, più sensibili, parleranno di più tra di loro. Non è colpa tua, almeno non volontariamente. Ma dove sta la tua volontà quando senti quell'angoscia nella mente, anche quando ti svegli? Forse è oppressa negli ambienti dove vivi? Lasci la finestra aperta, di modo che l'aria sia pulita e la luce possa arrivare fino a te, rischiarandoti.

Fatto sta che una volta sveglio vorresti non chiudere mai gli occhi, se non per la durata fisiologica dello sbattere delle ciglia. Allora cerchi di trovare alternative in maniera assurda: alcune volte ti sforzi di essere partecipativo, dire la tua, almeno per i pochi minuti in cui provi a credere che ciò serva a qualcosa, dato che gli altri dimenticano il novantanove per cento delle parole, delle idee, dei concetti che hai espresso, e si rifanno al passato per catalogare quello che sta davanti. Sprecarle in questo modo non ti piace, puoi farlo da solo con la tua mente, dove le lasci ammuffire.

Altre volte hai desiderato di avere gli occhi ma non la mente, ma poi ripensandoci ti sei accorto che non vedresti un bel niente, o almeno così dice la scienza. Altre vorresti allora isolarti da tutti, e per un po' ci riesci, malamente e spesso con rimpianti, che non ti dispiacciono fino al momento in cui non provi rimorsi per tali rimpianti. Circoli viziosi che si ripetono da tempo, instancabilmente e con variazioni su temi a te cari.

Altre ancora hai solo paura che non sia cambiato niente in dieci anni, e non è la constatazione che effettivamente siano alcune cose che non cambiano a farti star male, ma la paura stessa.
Forse vorresti solo sapere tutto quello che fa lei, altre volte nuotare nell'oblio, l'immaginazione è già piena anche senza la benché minima narrazione di eventi. Che sia impossibile comunicarsi tutto, nel bene o nel male, è un concetto talmente scontato che hai smesso di pensarci. Vorresti che fosse possibile, o vorresti capire almeno cosa vuoi, senza troppi problemi né giri di parole né complicazioni. Spegni la sigaretta nel portacenere strapieno e cerchi di spegnerci dentro anche i circoli viziosi che ti tormentano. Guardi attentamente le cicche e la cenere sparsa e provi a ricavarne qualche significato nascosto, non si sa mai. Niente anche stavolta.

Sei seduto da solo nella tua stanza e bevi dalla tazza, dopo aver posato il cucchiaio su un tovagliolo. L'ultimo sorso di caffè è sempre il più freddo e il più dolce, come te e come lei, che apre la porta, alza il sopracciglio destro e ti abbraccia. Ti torna il sorriso, almeno a parole, nella mente, e rientri in te stesso prima che il vuoto ti divori, come sempre. Quanto durerà stavolta? ti chiedi.





#2 biologico

Air - Biological

Sarà l'acqua fredda del rubinetto che ho la fortuna di ritrovarmi in camera. Sarà che sono alto e la circolazione sanguigna non mi aiuta tanto, ma non è colpa sua, poverina. Forse fa freddo davvero, ma la temperatura è sopra i venti gradi, i display elettronici non sono bravi a mentire, almeno consciamente. Se non sono difettosi il massimo che possono fare è arrotondare. Mica posso mettere i guanti a casa, come faccio a escludere il tatto? Potrei indossare quelli tagliati ma sono già abbastanza ridicolo così, davvero.

Sarà che io con le mie mani faccio poco, almeno col mio corpo. Magari è da stupidi pensarlo, dato che in qualche modo la temperatura corporea non ha tanta escursione termica, quindi un conto è se faccio una gita dalle mie parti, un altro se vengo verso le tue. Sacre, violabili, stregate. No, che stregano, ma non è un problema.

Ci siamo scelti a quanto pare. Giustificarlo sarebbe stupido, anche se di motivi se ne possono trovare tanti. Rimane pur sempre una delle cose più naturali del mondo, no? Non posso pensarci fino a impazzire, ma se impazzirò un giorno spero di farlo a cagione tua. È quanto di più religioso io possa permettermi. Credo in te, mi credi? Senza vergogna, quando ce la faccio, riesco a provare ciò che spesso invece non sento: emozioni rappresentate da parole simboliche le quali farebbero meglio a essere allegoriche forse.

Mi entrano in testa in certi momenti in maniera più potente di altre, non mi lasciano pensare, mi bloccano e si presentano: fiducia, amore, gelosia, eccetera. Roba elementare. E più ci penso razionalmente, più credo sia solo, non in senso dispregiativo, profondamente connaturato in noi, nei nostri corpi, il mio e il tuo per esempio. Quando ti guardo e mi perdo nei pensieri, spesso mi sento come se fossi un essere umano in procinto di scoprire qualcosa di straordinario, come se comprendessi la reale natura delle mie emozioni e dei miei sentimenti.

Eppure i sentimenti spesso mi sembrano creati ad arte da quelle menti che non vogliono accettare e non riescono ad apprezzare la transitorietà e la cangiabilità della materia. Che immaginano che tutto dipenda da un filo ingrovigliato e invisibile che combini e scombini tutto, persone comprese (se c'è ed è invisibile perché preoccuparsi?). Ti vedo in balìa dei tuoi sentimenti e della tua ragione, tenuta in scacco e confusa, come spesso m'hai detto. Non bisogna accontentarsi, non bisogna essere nervosi e tristi, non bisogna essere impauriti dal nulla. Si possono razionalizzare i sentimenti e sentimentalizzare i pensieri allo stesso tempo?


Sento spesso la paura di perdere qualcosa, e la paura di perderti è un prezzo che posso sopportare. Forse non dovrei farlo, sapendo come prende l'ansia. Il problema è che sono cosciente che sei carne e ossa, non t'idealizzo più di quanto io non possa farlo.

Però ti venero: ogni volta che sei a un soffio o una parola (non quantizzata) di distanza mi è vitale il poterti accostare, sfiorare, come un cristallo finissimo che rischia ogni momento la rottura, che non arriva mai e mi permette di scivolare senza toccare, anche se ti dà fastidio. Ti gratti con grazia, anche se non ti sembra. Morderei dolcemente ogni centimetro quadrato della tua pelle per il gusto che ha, altro che solo feniletilamina.

Forse dovrei scrivere di più, se non all'infinito, finché ogni cosa abbia perso di senso, come è vero che facciano ogni tanto, ma ho problemi con le mie parole. Faccio fatica a capire certi miei pensieri passati, che siano immaginati o messi per iscritto, e già percepisco l'ansia di quelli futuri.

Forse le parole ci sono già arrivate, all'incomprensione, con così poco. Ma se le canzoni possono permettersi di non durare tanto solo perché sono accompagnate alla musica, permettimi di fare quasi altrettanto, finché mi lego ai sogni.

Ti abbraccerei fino allo sfinimento e ti prometto che, anche se sembra, il punto non sarà mai una fine. Arriveremo più in là di quanto i corpi non riescano a stare e le menti a immaginare, oltre le nuvole, al di là degli sguardi. Anche se sembra che queste parole stiano finendo, continueranno. Non hanno scadenze nell'immediato futuro, la mia mente conserva bene tutto.

Non solo con i ricordi illusori che mi prendono mentre sto finendo di bere una tazza di caffè o mi rigiro insonne e in tanti altri momenti, ma anche con le azioni di cui sarai oggetto costante tra tante variabili.

Come ogni altra persona sulla terra avrà già pensato o vissuto, un abbraccio reale una volta terminato, consumato, finisce nel ricordo, e lì si moltiplica, perdendo di qualità, sfociando a volte nel desiderio.
L'anima è tormentata, aspira, vacilla e in qualche modo ci riesce: l'abbraccio o chi per esso è tornato nell'eterno presente. La passione arde, estenua, consuma, si spegne, e, come a tantissime persone su questo pianeta dimenticato dallo sbadato signore, sembra finire.
L'attesa forse non sarà desiderabile, ma ne vale tutto il suo dolce e amaro prezzo.
I ricordi ridurranno la lontananza e, secondo il più scontato dei finali che di solito si ricorda, vivemmo vicini e presenti, felici e contenti. Senza sfidare destini avversi ma così, semplicemente.

Se non hai capito te lo spiego la prossima volta di presenza. Non sia mai che forse mi salverai, qualcuno me l'ha pure detto. Per ora dormi, chissà se mi starai sognando. Spero di incontrarti presto lì, almeno non sembrando così ridicolo.

fine



6
6.0 Il tuo sogno senza fine




Get Well Soon - Your Endless Dream

"Il sogno è la manifestazione dei pensieri repressi? Non voglio scomodare Freud, non l'ho mai letto e forse neanche quelli che si riempiono la bocca citandolo. Eppure nel sogno dove lei si scusava per quello che aveva fatto, dove confessava che non si era mai sentita bene come quando stava qui, e non lì... non so, adesso che sono passate talmente tante ore non ricordo bene, com'è normale che sia, ma non avevo tanta voglia di trascrivere quello che avevo sognato. Tanto non lo faccio mai. Il primo pensiero è stato quello di odiarlo, l'inconscio. In due minuti consciamente ho pensato a come sono andate le cose e che una scena come quella vissuta oniricamente non sarebbe mai potuta accadere nella realtà e non accadrà mai, e anzi pensarci non mi aiuta. Ma forse mi ha liberato. Ora che ci penso non ricordo il mio stato d'animo durante quella confessione accorata. Di sicuro ero mosso. Ma come? Voi ricordate qualcosa? Chissà, forse pensarci non aiuterà la liberazione. Come dire che la vita è inutile non aiuta a vivere meglio".

A: No no non va bene, non ci siamo... sembri troppo patetico.
B: Io? È la roba che hai scritto a esserlo, e poi è troppo lungo come monologo finale, e la storia della realtà che si rivela un sogno l'hanno usata tutti... e meno, come dire, sotto forma di sega mentale come hai fatto tu. E va bene che il tema centrale del concorso è il sogno, ma di 'sto passo ci rideranno dietro.
A: Mai una cosa carina tu, eh.
B: È la mia sincerità che parla!
A: ...
B: Ma che cazzo hai, neanche mi rispondi!
A: Ho sonno.
B: Non hai dormito neanche stanotte?
A: Sì, cioè no, ho dormito... male.
B: Pensi ancora a lei? Quella del sogno dico?
A: No no, non più.
B: E l'altra?
A: ...
B: Beh?
A: Non mi va di parlarne.
B: Ti odio quando fai il misterioso, tanto poi finisci per raccontarmi tutto, lo sai.
A: Già, devi solo aspettare un po'... senti, mi accompagni da ikea un giorno di questi?
B: Che devi comprare?
A: Non so, vorrei cambiare delle cose, magari un letto più grande, dipende da quanto costa...
B: Ma sei sicuro? È così bello quello che hai adesso, certo è un po' piccolo, e tu stai diventando grande.
A: Ehehe.
B: Ma hai ancora quel piumone più piccolo del letto?
A: Eh sì.
B: Sembro tua madre, vero?
A: Almeno non hai detto che è "originale" e che comprando da ikea "alla fine tutti avranno le stesse cose" eccetera, che palle.
B: Te lo stavo per dire, secondo me ha un po' ragione. Forse lei non te lo direbbe, ma immagina di conoscere una ragazza, fare di tutto per conquistarla e finire nel suo letto, e poi scopri che ha il tuo stesso modello, le tue stesse lenzuola... che avranno ospitato anche altre persone, e tutti questi pensieri saranno con te quando sarà finito tutto e starai da solo nel tuo, di letto, montato da te stesso.
A: Ci penserei comunque.
B: Non così tanto, magari, già dopo l'ultima storia che hai avuto non ci sei rimasto troppo bene.
A: E tu non mi ci fare pensare, si sta dissolvendo nel tempo da sola, perché tutti mi chiedono se ci penso ancora, o se la sento ancora se dico che è finita?
B: Ok, ok scusa, però per me è così... di ikea, dico.
A: Magari è un segno del destino, proprio il fatto di aver comprato lo stesso letto ci ha unito ancora prima che noi lo sapessimo, e scoprendolo ci rimaniamo male per essere stati anticipati.
B: Ricordami di non comprare mai le cose che compri tu, di ikea e no.
A: Sai che bello anche, orgie all'ombra di librerie billy.
B: Hahaha, che nomi del cazzo però.
A: Un nome vale l'altro, no?
B: Non ricominciare, mi sono bastate quelle cazzate sulle lingue straniere dell'altro giorno.

pausa

A: A pensarci bene, quella storia dei modelli...
B: Eh.
A: Non la vedo così male come voi...
B: Eh sì, tu sei speciale, noi poveri mortali non possiamo capire.
A: No dico, che importa, alla fine... davvero? Mi spiego: io sono io e tu sei tu. Le cose che accadono a me accadono a molti, anzi, quello che subisco io al confronto è niente: ma che me ne faccio del confronto? Posso confrontarmi solo con quello che accade a me, nel modo in cui mi è naturale, che posso farci?
B: E che c'entra coi modelli ikea?
A: Ah non so, ero partito da lì, pensandoci, ma li avrò persi strada facendo.
B: Mah, chissà perché poi allontani così tanto le persone a volte, dai queste sensazioni lo sai?
A: Poi sono io quello che vola col pensiero!
B: Andiamo va, ché è tardi e ci chiudono dentro. Comunque, riscrivi tutto, è meglio.
A: Un'altra volta, magari, sono un po' stanco adesso.

fine


6.1 Il grande buio di una stella massiccia alla fine del suo ciclo ardente




65daysofstatic - Massive Star At The End Of Its Burning Cycle

Una delle distinzioni fondamentali immaginabili facilmente da qualsivoglia essere umano, soprattutto di questi tempi, riguarda mente e corpo. Avete presente? Ecco. Vogliamo includere anche le distinzioni tra anima e corpo, razionalità e istintività? Forse non è il caso. Quanto è immaginabile e quanto è vera questa distinzione io non lo so. Posso leggere i pareri degli altri, basati magari su dati raccolti più o meno oggettivamente, ma l'aneddotica rimane per me tanto forte. Avete presente anche questo? Quando, per esempio, vi opponete con la vostra esperienza a qualcos'altro che esternamente tenta di violarvi; ma forse questo non è il verbo adatto.

Forse sbaglio nello scrivere certe frasi, certe parole, in tutte le scelte d'altronde s'impone il dubbio: ho fatto bene? Capiamo e dimentichiamo che scegliendo, non scegliendo, scegliendo bene e male, credendo di farlo bene o male, in tutti i vari istanti, rivolti al passato, pensando al futuro, facciamo qualcosa, pensando anche, o pensando di fare.

Vi sembro confuso? Sembra anche a me, ma è così che è, o come ci appare. Anche gli esseri umani, o le tesi o la matematica e tutti i sistemi più o meno complessi sembrano fragili, o sembrano racchiudibili se visti da lontano, forse con estremo raziocinio. E perché la lontananza si sposa nel tempo con la freddezza e con la lucidità del pensiero, mentre la vicinanza dà, spesso subitaneamente, calore e sentimento, nonostante l'indecifrabilità del momento?

Non sto scrivendo che ciò accada, o che sia così per tutti, o in generale venga visto così, ma proprio nel tentativo di spiegare o di accomunare certe cose, parlando con me, parlando con altri, io mi perdo. Non lo sento vero, in un certo modo, che sia quello o l'opposto o una via di mezzo, che venga prima o dopo. Disperare o meno? a che livello di disperazione arrivare? è misurabile? No.

Ma torniamo alla mente, al corpo: forse è meglio pensarli indivisibili nell'istante presente, l'unico totalmente vero in tutta la sua apparenza ed essenza?

E per carità, lasciamo da parte le tradizioni, le culture, le lingue, per quanto è possibile fare. Quanto è possibile farlo? Non lo so. Non sapere qualcosa è così brutto, per usare una parola così semplice e forse stupida? Vivere immersi in un infinito è così difficile, soprattutto se sembra così pieno d'amore, d'odio o d'indifferenza semplicemente. Ma anche se appare così, difficile dico, vuol dire che mi sto scoraggiando? chi l'ha detto? Alzi la mano, prego. Tutto è il contrario di niente, ma in mezzo cosa c'è? è numerabile? e se lo è, lo possiamo vivere o pensare? e c'è differenza?

Voi non avete idea di come mi senta io adesso, ma forse neanch'io, lo sento e basta. A volte mi viene difficile isolare me stesso dal resto del mondo. Potrei forse isolare qualche sensazione, sentimento o senso i cui segni tento di decifrare, ma è veramente tutto?

Ad esempio il sonno, l'aria viziata, certi ricordi e sensazioni, certi pensieri sul passato e sul futuro, certe cellule, certi neuroni e sinapsi, certi acidi nucleici eccetera eccetera, per essere malamente completi, mi portano in qualche modo a tremare in determinatissimi modi, altre volte il sangue scorre più velocemente, altre ancora i pensieri sembrano più neri. Forse è qualche malattia latente? qualche pensiero inconscio che potrebbe agli altri apparire d'insicurezza? chi dice che essere in potenza possa voler dire non essere ancora? Per me è essere qualsiasi cosa possibile e immaginabile, immersi in un contesto infinito.

Tutto questo non è per niente pratico però. Viviamo da sempre tempi di crisi, difficili, sarebbe molto più utile per tutti gli altri saper fare qualcosa, o fare qualcosa, non perdere tempo secondo certi canoni tramandatisi forse giustamente. Costruire, gestire, curare, per esempio.

Io a volte sembro non poter curarmi di me stesso. Ma perché dirmi di farmi curare? se non m'importa di me non potrei essere utile agli altri? se sembro farmi così del male, se sembro tremare o di non essere sicuro? Eppure sono sicuro, ve lo giuro. Me lo sento, forse più adesso, per determinati motivi, ma che derivano da altri motivi, che a loro volta e così via. Almeno mi sembra di capire. Altre volte d'impazzire. Di non avere paura di niente, o di aver paura di tutto. Mi rispetto per questo, forse troppo, nonostante certe volte non mi sopporti.

Ma come faccio a far capire che l'importante è capirsi, ma capirsi davvero, se non mi capisco e non so spiegare come sarebbe davvero possibile capirsi, e come farlo davvero, prima di pensare o di fare nel momento successivo? Vi sembra che scherzi sempre, su tutto, o che sia sempre serio, con un sorriso al massimo canzonatorio? che sia sempre lucido o sempre emotivo in determinati istanti? che io non riesca ad amare, se non in modi non prescritti? che io sembri odiare tutto e tutti, che sia meglio tenermi a dovuta distanza a meno che io non m'avvicini?

Io mica l'ho capito, o forse non m'importa, poiché potrei passare la mia vita a decifrarmi e mettere ogni parola o gesto da ogni punto di vista momentaneo e limitato nello spazio in quasi infinite liste immaginarie, dettagliate o meno, associate a persone o cose o luoghi e quant'altro, limitandomi magari a quello che è sopravvissuto fino a questo istante nella mia memoria.

Il mio corpo trema, la mente è piena, sono stanco: voglio forse fare tutto e non posso, o non so cosa fare. Forse m'illudo d'essere calmo o m'illudo d'esser agitato, ma dov'è la verità su di me? chi può darmela? Me stesso, gli altri, la storia, un dio. Esistono delle cose del genere? o importa solo come mi sento e come vivo? Io mi sento potente, io mi sento infinito, io mi sento umano. Spero di capirlo prima o poi, ma soprattutto ricordarlo, anche solo domani. Come mi sento ora, e ora, e ora, pur tremando, potente e indecifrabile.

Subatomicamente macroscopico, sempre entro certi limiti. Se l'infinito sia poi forse irraggiungibile, in prima o ultima istanza, ci arriverà spero qualcun altro, qualche altro giorno, per adesso sono, provo a essere, umano forse, la vita continua. Forse solo entro certi limiti.

Ma questo è ovvio, oltre che già scritto. Forse non c'era alcun bisogno di dirvelo, abituati come siete alle parole, alle voci, alle note, alle immagini, alle percezioni, alle azioni, alle persone. Tutte gravitanti in una danza colma di desideri, mai completamente soddisfatti, intorno a degli irraggiugibili sensi, come se questi splendessero di luce propria.

Come se l'apparente eterno abbraccio di un buco nero ci facesse davvero paura. Io spero di non averne più se non per scherzo, in generale e in particolare, sia che mi senta l'ultimo degli esseri umani o il più potente degli dei. Magari abbracciandola stasera ci riuscirò, ma, come ci diciamo, è tutto da vedere, tutto da vivere. Ma non è forse una fortuna questa? Il caso ci bacia, ci protegge e ci sorride di continuo e spero di fare lo stesso con lei, nel presente e reale come proviamo a intenderlo noi, non solo in una frase, in un racconto, in un capitolo o in un libro.

"Stai sorridendo, vero? Anch'io."

fine


6.2 Noi andiamo avanti, come ti fa sentire la cosa?




Portishead - We Carry On, Air - How Does It Make You Feel

Davanti al foglio bianco, una volta e a volte ancora adesso, una persona che deve scrivere può avere paura, non sapendo come iniziare. Davanti al silenzio, una volta e a volte ancora adesso, una persona che deve parlare può avere paura, anch'essa non sapendo come iniziare. Davanti la nera e silenziosa fine a volte si prova spesso paura, ma una volta ogni tanto crediamo di aver imparato ad accettare la natura delle cose. Che somiglia forse a quando vedi tutto nero, se chiudi gli occhi. Non puoi neanche immaginare, ma siamo lì.

Le cose stanno così, di base. Ci sei tu, il tuo pensiero. E siete soli nel presente. Il mondo si presenta in tutta la sua complicata semplicità. Fin qui tutto chiaro. Ma è tutto un continuo, tutto continua. Per me non è stato facile capirlo. E per "me" intendo quella cosa chiamata identità. Dove comincia?

Io probabilmente mi sarò visto allo specchio una prima volta, e chissà cos'ho pensato, o com'è fatto il pensiero. E rivedersi nelle foto di quando eravamo bambini, com'è strano, come sembrava tutto meglio, come parlavo strano. Quando e quanto mi sono rivisto poi rivedendomi nelle fotografie appena scattate, anche decenni fa? Ma dov'è iniziato tutto a essere così? Qual è stata la prima parola che ho pensato, che ho detto, quale sarà l'ultima, quante saranno tutte quelle in mezzo? Quando ho iniziato a rendermene conto? Se non altro della mutabilità e della fine del sé.

A dieci anni piansi per la morte di un pilota automobilistico. Mi ricordo in maniera abbastanza indistinta il giorno dopo a scuola. Da allora le persone distanti in quel modo e la loro scomparsa non mi fecero più effetto. Come se non esistessero già, come se non avessero una vera importanza. Neanche a sforzarsi, e neanche per i personaggi di qualsivoglia finzione, salvo per l'effetto di sostanze nel cervello. Però quella volta accadde così. Poi, una ventina di giorni dopo, morì la moglie di un vecchio presidente abbastanza importante, almeno dicono. Non piansi, ma mi riempii d'angoscia provando a immaginare cosa volesse dire o cosa si provasse a morire, il senso di tutto, il perché. Aiuto. Da bambino cosa potevo capire? Mia madre mi consolò in maniera dolce, cattolicamente confortante. Da chissà quanti millenni si fa così, tutto quello che è venuto prima cerca di essere venerato in qualche modo. Ma pensieri e angosce del genere continuano a venirmi in mente, soprattutto quando è il sonno a non venire e il letto è troppo grande.

Quando invece sei lì o qui col cervello, ti distrai dal pensare a quegli estremi così distanti in tutti i sensi. Rimangono solo piccoli problemi. Per affrontare quelli, però, ti dai forza pensando che solo alla morte non c'è rimedio. Ma quanto tempo avrai per rimediare tutto il resto? O per dire o scrivere tutto quello che hai in mente dopo troppo tempo passato a chiederti perché nell'apparente vuoto?

A un certo punto, se ti chiedi sempre il perché di tutto arrivi a un punto in cui riesci a trovare un qualcosa che controbilancia la mancanza di senso che avverti. Era tutto o un sogno, o qualcosa del genere. Almeno a me non importava, i pensieri passavano da soli. E in ogni caso non importa davvero, di sé. Neanche di tutto il resto, se sei fortunato e almeno il cibo non manca. Se col passare del tempo rimani sempre tanto curioso è un problema. Dio esiste? O non esiste? Io vorrei sapere tutto di tutto, di tutti, non è con cattiveria che chiedo o che non mi fido. Chiamiamola benevolenza del sapere. Se devo essere veramente felice voglio sapere tutto, ma probabilmente è solo motivato da come sono cresciuto o da che significato ho attribuito a determinate sensazioni, emozioni. Per chissà quali motivi crebbi così indifferente e così sensibile che ancora oggi, a volte, faccio paura a chi non c'è abituato. Tu ti chiedi mai veramente perché sei cresciuto così?

Poi ho pensato alla fine delle altre persone, ma quelle veramente importanti sono sempre rimaste lì fino a un certo punto. Gli amori sono venuti dopo, e sono quasi sempre stati un dramma per un motivo o per l'altro, com'è normale. Io mi sento abbastanza normale. La normalità esiste, ma provate davvero a spiegarmela. Eppure prima o poi ti senti normale, così come ti senti speciale. Semplicemente, capita.

Nel frattempo oscillo tra il passato e il futuro, io e gli altri e tutte le dicotomie che vi possono venire in mente, quante sono? La mia razionalità m'ha abituato alla solitudine e ai mostri che genera, soprattutto quelli prima del sonno. Basta domarli, mica tornano appena sei tranquillo. Queste sono solo parole. Il resto è tutto un gioco, tutto un sogno, tutto un'illusione. Stai tranquillo, dormi. Non dimenticarti di respirare. Già? Tanto, prima o poi.

Pensi tu a chiudere qui? Se posso, io sulla lapide farò scrivere "a dopo", così, per farmi ricordare vagamente simpatico e dissacrante, lucidamente squilibrato, inevitabilmente, infine.

Ispira. Tutto continua, bene. Espira.

fine

6.3 Canzone di esseri immaginari




IAMX - Song Of Imaginary Beings

#1 nel profondo del cuore

!!! (Chk Chk Chk) - Heart Of Hearts

Interrompiamo i consueti messaggi per trasmettervi qualcosa di carino nella sua quasi totalità, caratterizzato da un non proprio esattamente basso registro linguistico e da, seppur forse con qualche errore di cui non ci sarà niente da vergognarsi, una certa prolissità gratuita perché probabilmente sconclusionata ma tutto sommato cognitivamente intrigante. In maniera un po' passiva aggressiva, il narratore più bravo aveva altri impegni, altre cose nella testa. Sarà puro però, così almeno pare. Una pausa dal solito, una piccole dolce anomalia nella vostra controllata e in gran parte già organizzata vita, fortemente desiderata dai vostri pensieri. I quali ci tengono a sottolineare la pesante stanchezza mentale vissuta al momento e implorano grazia.

Rimanete con me, scrivo quasi come parlate voi, vedete? o come parlo io, o qualcosa simile. Anche se qua non si parla, a parte me qua si agisce. Lo so che quello qui sotto sembra un mare di parole, ma fidatevi, buttatevi, ascoltatemi, e ve lo dico scrivendo.

C'era una volta, tantissimo tempo fa anche se sembra ieri o al massimo l'altroieri ma potrebbe benissimo essere dopodomani, un principe, boh, oddio, per carità, un principe, ok, diciamo carino. I segni derivati dalle stagionature passate in luoghi uno più diverso dall'altro intaccavano poco il suo sguardo già apparentemente torvo. Era molto romantico, forse troppo, a dir poco stucchevole, a volte manco fosse un pacchetto di caramelle al mou masticato tutto insieme (magari scartandole prima; e comunque voi no, bambini, non lo fate).

Era anche un po' squattrinato ma per sopperire alla mancanza del cavallo bianco, castello e compagnia cantante (di voci bianche) a seguito faceva di tutto per camminare con, appunto, cose bianche, o anche volare o vabbè spostarsi genericamente parlando, simulando (in senso buono) un mondo incantato dove far abitare colei che. Chi non ha mai sognato una in coma dentro un bosco, da sola e disponibile quasi a tutto?

Ma sticazzi il principe, di questi tempi il romanticismo non tira tantissimo e non si parla mica d'amore qui, o sì? Vabbè, in ogni caso si sa che un pelo di eccetera, sì, insomma, QUINDI, raddoppio l'offerta. C'era anche una STUPENDA principessa, di quelle che le vedi e pensi "NO VABBÈ, NON CI CREDO" che neanche per le apparizioni della madonna ci resti così, eppure era tutto vero. Fuochi d'artificio e tutto. Certo, ci parlavi e un po' ti rompevi, a volte. Alcuni avrebbero preferito addirittura non essere nati, ma nessuno è perfetto. Lei molto modestamente diceva di essere quasi perfetta, roba da non credere, ancora.

Erano praticamente diversi, fosse anche solo perché lui era un lui mentre lei, spero di non scandalizzare nessuno, era una lei. Ma alla fine erano tutt'e due essere umani e anche un po' dei classici un po' alla moda, un po' fuori moda. In maniera diversa però, ma questo non è il momento adatto. E i draghi, i nani, le fate, dite? Un attimo eh, questo è un mondo fatato, ma una cosa alla volta, anche perché il principe e la principessa non esistono in realtà, si sono immaginati a vicenda, non esistevano mica senza l'un l'altro. Ecco, ve l'ho detto. Contenti? Ma lo sapete già. Mica c'entrano 'ste cose però, chi ce le ha messe qui dentro?

Dicevamo: erano belli anche da soli e così vivevano: lui sprofondando nei mari dei pensieri era tornato a galla considerando che troppa serietà l'avrebbe ucciso, lei nascondeva la bellezza interiore (al di là degli organi incrostati dai vizi, tipo russare o ruttare cose così) dietro una stupida bellezza esteriore da parati, e ogni tanto sguazzava in acque profonde; ogni tanto sembrava fosse lì per lì per annegare ma in realtà era tutto programmato: lei partiva benissimo in tutto e per tutto e poi finiva un po' da stronza, lui al contrario ma le parole sono così importanti che non lo sono tanto, e l'importante è capirsi.

Lui viveva in una torre, osservava per lo più. Si diceva che possedesse degli occhi incantati (anche nel senso di bloccati un po'), impreziositi e tormentati da un potere magico. Anche lei eh, solo nei momenti di noia magari, quando tutto intorno sembrava così privo di vita e grigio, ma c'era sempre così tanto da fare che non mi sembra giusto disturbarla. Meglio osservare lui, che faceva? Nella vita dico. Lui teneva a bada i mostri della torre, sì, rinchiuso in una torre piena di mostri pronti a scappare. Non poteva uscire, doveva fare guardia. Come lo devo spiegare?

Fatto sta che era così, ma era un lavoro noioso. Era troppo bravo, al massimo alzava un sopracciglio di tanto in tanto. Di questi tempi però l'attenzione bisogna tenerla sveglia, quindi tagliamo e andiamo a quando un giorno, uno di quelli stranamente curiosi, stava lì a osservare il mondo là fuori oltre le siepi, e si sporse troppo che cadde e come nel quasi peggiore dei videogiochi o nella quasi peggiore fiaba mai scritta un covone di fieno attutì la caduta. Ché poi alla fine sembra quasi una favola, ma vabbè. Fu così che, intontito, si rialzò e cominciò a camminare, così, senza pensarci troppo.

Poco oltre, poco prima della grande foresta, incontrò una fata che aveva dimenticato le buone maniere da qualche altra parte, e se prima lo minacciò con la bacchetta, poi si avvicinò ridacchiando perché, si disse proprio così, perché no?
“Mio caro giovane, vuoi forse morire?” esordì la fata, mica scherzavo prima eh.
“No?” disse lui.
“E allora torna indietro! Qui rischi, ah, quanto rischi!” Ma non diceva apposta, in realtà lo scopo era proprio per ridere e nulla più. Forse la fata era travestita da troll (o viceversa), un po' di trucco e parrucco convince sempre tutti gli sguardi.
“No?” ripetè lui.
“Va bene, due più due?”
“Cinque?”
“Ok, bravo. Hai studiato”, disse ridacchiando, ancora, e poi disse: “Cosa c'è sempre alla fine?”
“Boh, l'amaro?” rispose, in maniera come sempre sicura.
“Ha! Non me l'aspettavo. Rispondono sempre 'il digestivo' e potrebbe pure andare bene ma ha così pochi sensi.”
“E poi?”
“Poi che?”
“Hai fatto due domande, e la terza?”
“Che terza? Per chi mi hai preso? Già è tanto se mi stai simpatico, o forse è istinto di maternità. A ogni modo, prendi questo specchio magico, non è sicuro andare da soli di questi tempi e con la crisi di chi porta i valori non si sa più niente o quanto, e il tempo! Ah, non me ne fare parlare, anzi guarda, fammene parlare anche se no, non c'è tempo, vado” e puff, scomparve.

Il principe, più confuso che persuaso da quell'insolito gioco tornò indietro, non tanto per paura di andare oltre quanto piuttosto s'era fatta una certa, la fame stava tornando e i mostri non si guardano certo da soli, neanche allo specchio. E proprio allo specchio passò la serata, aggiustandolo e spostandolo, finché, in un riflesso scorse qualcosa o meglio qualcuno, e i loro sguardi si fermarono, reciprocamente. Le prime volte si scambiarono veloci sguardi, di quelli dove e quando non presti tantissima attenzione, un po' da lontano. In fin dei conti il mondo, anche questo, è abbastanza piccolo: ma anche il tempo in questo caso diventa poco.

Ma avete presente quando conoscete questo qualcosa o meglio qualcuno che dicevo, e vivete la vostra vita come se non ci fosse veramente, come se non importasse? E un giorno guardandola meglio, non importa quanto tempo è passato, la riconoscete così, per come siamo fatti in generale e in particolare, tutta d'un colpo, vieppiù splendente? Una replica che non è una replica, per e con la quale avvertite una sorta di interazione fondamentale, una che sembra uno scherzo e boh, andò così. E blablabla cominciarono a parlare, e se ci pensate è la più penosa delle avventure, parlare. Figurarsi per ore, vi risparmio lo strazio. Attraverso degli specchi, poi! No, sentite, va bene le fiabe, il fantasy, ma fantascienza alla harmony no, non va bene, non ci siamo. Cambiamo?

“No?” disse lei, e cominciò a ridere e dovette sforzarsi tantissimo per fermarsi, ma è come se lo stesse facendo da settimane. O forse erano le cosiddette farfalle nello stomaco? O le tagliatelle del pranzo? Non si sa, non si può sapere tutto nella vita e questo non è un libro delle risposte, non ho studiato abbastanza. Ma era tutto sincero, per la serie "ma davvero, mica per finta" come solo nelle migliori immaginazioni.

Qualche tempo dopo si diedero appuntamento di notte, in una spiaggia solitaria. Si guardarono e si parlarono e poi nuotarono, lui coi braccioli lei vestita fino al collo perché non si sa mai di questi tempi (non è mica un porno eh). Il principe (ah già, era un principe) fu contagiato dalla capacità della (ma devo proprio ricordarlo?) principessa di annegare più per finta che altro. Bastò osservare l'infinito nei occhi di lei che invece stavolta stava per annegare nel mare delle parole di lui. Ma scoprirono che in due, e proprio loro due, stavano bene insieme a galla, e in profondità, sorridendo, ridendo, eccetera ed eccetera, solo quello importava, oltre a capirsi. Capirsi davvero, anche se per poco, un'armonia di immagini sia del mondo comprese persone e loro stessi (e poi per caso pure bellissimi, meglio di così non so).

Di mostri neanche l'ombra: la luna rifletteva il sole, che per invidia non spuntò più per un bel po'. La notte durò ancora a lungo, diventò giorno ma il sorriso continuerà anche domani. Forse. Insieme a una risata, e altre cose per cui non c'è spazio almeno qui, almeno adesso. Fine? No, continua, nel senso che vi è più chiaro o forse no, chissà.





#2 un disastro naturale

Anathema - A Natural Disaster

Bentornati e grazie per esservi risintonizzati su queste frequenze. Dov'eravamo rimasti? Devo per forza fare un riassunto? Su, fate attenzione e non distraetevi ancora una volta. Avevamo lasciato il principe e la principessa da soli, a studiarsi ogni centimetro quadro di pelle, ogni secondo di voce, in breve a studiare ogni possibile entità riconducibile alle proprie identità nel passato, nel presente e nel futuro, e tutto andava bene, stavano bene. O almeno andava bene prima del sonno, o del risveglio; non so, ero in pausa in quel momento, mica posso stare a segnare tutto quello che fanno, c'è un limite a tutto, e poi questo non è mica un documentario.

Le cispe (ok, caccole, se no non capite) s'accalcavano incollate alle palpebre, e pian piano il mostro dentro la bellissima principessa si stava risvegliando, ancora una volta. Lei lo conosceva benissimo e lo nascondeva bene quasi ugualmente. Niente di non regale, s'intende, la maestosa regalità era sempre lì presente, soprattutto se c'erano occhi addosso. Ma anche se le ho menzionate non parlo mica delle cispe o altre amenità estetiche (anche perché non è un horror, eh). È solo che a sentire parlare di tutti quei mostri attorno come si fa a tenere tutto dentro?

Di tempo da utilizzare per tirare tutto fuori e parlare di mostri e maschere però non v'era molto, così tornarono ognuno per la propria strada. Ossia il principe l'accompagnò e poi tornò per la propria, da solo. Nelle altrui assenze non mancavano certo le cose da fare, e di persone accanto, tutti gatti e volpi allo stesso tempo, ve n'erano a bizzeffe. Per comodità li definiremo come distrazioni. I nomi non importano, queste fiabe si vivono ancora in prima persona e d'altronde è tutto protetto di questi tempi: “non azzardarti a toccare il mio nome! non m'assoggetterai mai!”, mi dicevano in risposta alla mia volontà di includerli nella vicenda. E io dissi loro “sentite, virtualmente non si tocca nessuno, è tutto in amicizia, siamo tutti amici o a un passo dal diventarlo”. Ma niente, niente nomi né altro, neanche i mostri vanno nominati e più che protagonisti questi ormai sembrano quasi naufraghi.

Soprattutto il principe, che andò a trovarla una volta. Sballottato da una dimora all'altra non perdeva un'occasione per stare bene, soprattutto se lei era accanto, anche se quel mondo pieno di castelli e principi non gli dava proprio una vita facile. Tutti quegli usi e costumi che rendevano la vita più facile e veloce, o che sembravano soltanto naturali, per lui stonavano. Un giorno qualcuno volle sentirsi speciale, e uscì di casa indossando una maschera. All'inizio qualcuno lo derise, poi qualcun altro lo imitò. Si formarono i primi gruppi e si diffuse la moda. Molti la portavano solo fuori, qualcuno anche dentro casa. I più abili riuscivano a cambiarla nel giro di pochi secondi, ed era come se avessero avuto sempre quella addosso. E così com'è normale s'usò fare così, un giorno più dell'altro, più o meno tutti. La principessa non era da meno, ma pensava che da sola, davanti allo specchio con solo lei davanti, almeno lì sarebbe stata vera. Ma la verità è sin troppo facile da ricercare in uno specchio, e va comunque capita.

S'incontrarono altre volte, molte allo specchio, ma fu una volta in particolare a segnarli. Insieme salirono fino a quello che sembrava l'ultimo piano della torre. Un ascensore avrebbe aiutato ma la forza di volontà da sola bastava e avanzava. Almeno sembrava. Qualcosa non andava, era tutto uguale ma anche tutto diverso. Il principe si fece indispettito, preoccupato, la baciò e la ribaciò, ma l'intensità diminuiva, più da una parte che dall'altra. Che non fosse un principe? Forse sarebbe stato meglio portarla nel bosco, ma no, non erano certo i modi.

Allora il principe, tirò fuori il manuale delle istruzioni, il suo proprio. Dettagliatissimo fino alla noia mortale, peggio di una presentazione in power point senza pause ma senza comic sans nemmeno, per fortuna. Per non tacer dell'altrettanto dettagliatissimo zibaldone di fatti, pensieri, lettera, testamento. Sembrava tutto così infinito, eppure così pieno d'incanto e stupore. Ma era davvero troppo, troppe scale per salire la torre, troppo a cui pensare, per una persona sola poi. Il mondo era così pieno di cose da fare. Siamo pazzi? no.

La distrazione che era il principe si fece simile al ronzio fastidioso di una zanzara; che volete farci, esistono anche qui. Poi divenne una ninna nanna, intorpidente. La principessa difatti rimase incantata, e quasi avvolta dalla paura, guardò la finestra: era arrivata mezzanotte! Ah no, era mezzogiorno. Un raggio di luce cristallizzò un po' tutto. Nel senso che divenne di pietra. Non letargo, né tanatosi, non è mica superquark questo. Durante quei momenti il suo passato e il futuro le furono chiarissimi, e anche stavolta capì tutto! Finalmente! E alla prima folata di vento oscillò e la chiarezza s'infranse e si perse in un momento. Anche la maschera, che era di cristallo, cadde e si frantumò, lasciando poco invariato, se non un senso di fastidio dovuto alla nudità delle intenzioni.

Libera, non più di pietra, s'arrampicò su di lui, urlando “vadooo, devo attraversare il bosco mia nonna mi chiama! mammaaa! AH SII CI RISENTIAMO CIAOOO!”
E non prima di un non troppo breve ma neanche troppo indifferente bacio, la principessa riuscì a fare ciò che sono solite fare ma quasi mai a confessare: gli diede un calcio, gli rubò gli occhi di smeraldo, e scappò, nascondendoli in uno scrigno, in attesa che il prezzo salga. “Colei che” diventò “quella”, e si mischiò a seconde e terze persone plurali. Fine, anche stavolta era andata.

Dove? Non si sa di preciso. Il richiamo dal bosco era stato più forte, e dopo aver riposto lo specchietto portatile in borsa, tornò nel suo regno, fermandosi da altri principi durante il cammino (da cui era già passata all'andata ma vabbè non sto qui a fare il filo). Fine. No, no, manca qualcosa, tipo che fine faccia lui, quello nostro, con cui avevamo cominciato e abbandonato temporaneamente, che non resse al colpo e si buttò, sincero e devoto fino all'ultimo. Così.

Una passante vide tutto, anche un'ombra che si allontanava dalla finestra e subito urlò “AHHH! OMICIDIO!” Non sapeva che si trattava di un robot, ma non è mica fantascienza. La polizia trovò dei capelli, e dall'analisi risalì alla principessa persa a ingrassare i numeri da qualche altra parte. Venne condannata, incolpevole, ma solo per trollaggio, niente che una doccia non possa lavar via. Ah sì, in pratica la principessa era travestita da troll a sua volta fata, se non avevate capito. Non era chiaro? Boh, a me sembrava, e non sono bravo coi colpi di scena.

Intanto il principe rimaneva lì, nessuno lo disturbava. Il corpo sembrava come senza vita, come dormiente. Poi un giorno fu diverso, e risalì su in cima gattoni, quasi miagolava. Già. Perché non ho messo un ascensore, pensava, o almeno una sedia di quelle che salgono le scale con un bottone e magia nera? Rinchiuse tutti i tesori ancora una volta e quai esausto quasi scazzato quasi sorridente s'addormentò, non dipendente da niente o da nessuno.

Lo specchio stava ancora lì, non più puntato. Catturava ancora rifrazioni e riflessi. Ogni tanto gli sembrava di rivederla in certe facce, e dicevano: come va? ciao, come stai? ti sei svegliato finalmente? Ma non parlavano davvero come una volta, almeno non sembravano più.

Per quale motivo abbiano fatto così, forse vi chiederete. Non lo so, sento che accade, ma nessuno si tormenta. Gli accordi saltarono, e con loro il ritmo e tutta la compagnia cantante si ritrovò sbandata e oltre la soglia del benessere etilico in una squallida taverna dentro le mura. È un po' tipo i fuochi d'artificio: alla fine è pieno di botti, ancora più di prima. Poi il primo silenzio più duraturo; poi qualche botto così a caso, sempre meno.

E poi basta. Forse nonostante tutto non sono poi così diversi dagli altri, ma va bene così. I mondi non cascano, quelli vivono felici e contenti, ruotando attorno a sé stessi, girando alla larga da certe fonti troppo luminose, in attesa della propria storia immaginaria.

Fine. Fine?
No, aspettate, sicuri di aver preso tutto? Non si sa mai nella vita. Fine, finalmente. Anzi no, tutto continua, anche quando non sembra. Quando imparerete? Fine della trasmissione, per oggi.

fine


epilogo? limite 0/1
0.5 Deliri flash a mente, occhi e braccia aperte e, dopo pause siberiane, una tregua supersimmetrica


MGMT - Flash Delirium, Editors - Open Your Arms, MGMT - Siberian Breaks, Dresden Dolls - Truce, Arcade Fire - Supersymmetry

A: dormi?
B: no, ma sai che ti ho pensato oggi?
A: dubito! confessa!
B: ...seriamente?
A: metà, potevi pure dirmelo
B: meta, di cosa stiamo parlando?
A: ti trovo sempre in media res
B: alt!
A: dai! era carina, mica ne stavo facendo un problema
B: se lo dici tu
A: perdonami se metto tutto pubblico
B: ma sì, ti pare, di questi tempi?
A: sto parlando di quel discorso eh
B: sì sì, avevo capito
A: che fai?
B: gioco
A: a che?
B: alla vita vera, tu?
A: penso
B: spè metto in pausa
A: ok
B: ok, a che pensi?
A: ma niente, e tutto allo stesso momento
B: ahahaha è tornato quello complicato
A: parlando di cose pratiche, non so se "pubblicare" questa cosa. Mi dai un parere?
B: ok
A: Buongiorno, qui nevica col sole e anche l'ombra più nera luccica. Ma che te lo dico a fare, insensibile; leggici cosa vuoi, grazie comunque e perdonami se ti do del tu, ma mi sembri così familiare. Questo è un racconto di quelli che sembrano un monologo e invece poi chissà, può imitare anche i più intricati discorsi sulla realtà. All'inizio potrebbe farti venire il mal di testa, ma tranquillo, è solo un effetto collaterale ragionevole. Si sa che faccio tutto a volte per bene, a volte al contrario. Prima di andare a lavorare, a studiare, a cazzeggiare o forse a dormire vorrei porti qualche domanda e parlarti di qualcosa. Un qualcosa generico o particolare, che puoi immaginare o conoscere anche tu, anzi decidi tu. Hai presente quando conosci questo qualcosa, fosse l'intera realtà, fosse la tua identità o quella di un'altra persona, e per anni vivi la tua vita come se non ci fosse veramente, come se in fondo non importasse?
E un giorno, dopo averla conosciuta, la riconosci così, per come siamo fatti in generale e in particolare, tutta d'un colpo, vieppiù splendente durante una settimana intera, un mese, due e chissà per quanto ancora? Una replica che non è una replica, per e con la quale avverti una sorta di interazione fondamentale, una che sembra uno scherzo? E puoi giocarci, persino, illudere e quant'altro. Io me ne sono fatto un'idea, e adesso te la conto, come dicono da quelle parti dove sono nato. Non sarà come ammettere un dio e trovare un senso al termine della vita ma poco ci manca, non so quanto, e quello si fa soltanto da soli, almeno così m'hanno detto.
Ve lo dico di modo che da vecchio potrò o potrete ricordarmelo o prendere in giro. Solo che è iniziata da poco, c'è molto da lavorare, ecco, ma non importa. Tu sì, chiunque tu sia.
B: ma che è sta roba?
A: boh, una cosa che stavo scrivendo
B: eh beh, come continua? come finisce? cosa succede?
A: non succede niente, la fonte s'è esaurita di colpo, sul più bello, di brutto
B: ah, e non puoi inventare?
A: come si fa? A ogni causa il suo effetto, no? Al massimo trasmuto
B: è arrivato l'alchimista delle parole. Da regista a filosofo, e poi? Comunque è ancora troppo, troppo poco quello che hai scritto
A: pensavo ingegnere, ma sarà dura da vendere, visto quanto poco venga considerato. Me ne farò una ragione, anche del parere morfologico. Senti questa invece, la scrivo in maiuscolo perché è importante. Non è il titolo, più che altro una descrizione: UN COPIONE DI UNA RAPPRESENTAZIONE SU DUE CHE GIOCANDO PROVANO UNA RAPPRESENTAZIONE DI DUE CHE DIALOGANO
B: dai, manda, non ho niente di meglio da fare. Mi stavo giusto annoiando
A: che? non c'è nient'altro ancora, però se vuoi provo
B: dai, lo so che hai già scritto da qualche parte
A: ma è una stronzata, dovrei affinarla, limarla, il pubblico non accetterebbe mai. Non sai mai se è più o meno stupido di ieri o numeroso.
B: no no, ma va, facciamo una prova dai, vediamo com'è, poi ti dico
A: ma se non mi dici mai chiaramente cosa pensi!
B: non è vero... ahaha, oddio, cos'è
A: tu prima leggi, poi te lo stampi e te lo rileggi fin quando non lo sai a memoria, o al massimo lo ricopi se riesci a stare dietro
B: no, aspetta, non ho capito un cazzo
A: scherzavo! devi solo leggere, devi solo seguirmi, rispondermi come da copione, come ho scritto cioè
B: non capisco, ma proviamo
A: oh, ti mando solo il dialogo. Tiè, leggi. Ah, è un atto unico, ci sono due personaggi A e B. Non ne ho messi altri altrimenti sarebbe troppo complicato. Forse è troppo astratto, ma così è più adattabile, credo
A: ciao!
B: oh, ciao.
A: che guardi?
B: boh, un telefilm
A: che è?
B: è... un telefilm?
A: stanno scopando?
B: non ti facevo così sagace
A: quanta simpatia sprecata
B: che palle oh, non ti si può dire niente. Una serie, vuoi il titolo?
A: sembra una soap
B: quasi. ma sì, una vale l'altra
A: ma no
B: oooh ma che hai?
A: eh cos'ho
B: ancora?
A: eh, sì
B: scusa ma di solito come fai?
A: eh boh, mica c'è un modo, magari spesso aspetto, giusto per capire meglio la persona, solo che poi è come se non c'ho capito un cazzo
B: sai che devi fare? prendi tutti i pezzi che hai nel cervello e li sistemi per bene. Costruisci un'immagine e la lasci a ispirarti, chiusa a chiave in vetrina, a indicare il futuro. Senza violenze, senza aspettative, senza affanni né menzogne di qualsiasi ordine e grado. Poi ci provi con chi poi arriva alla metà più uno di quel modello
A: tu e i tuoi modelli. quanto sei matematico, o ingegneristico
B: e tu creativo, vuoi chiamarlo disegno?
A: ma se provano a ritrovarsi? nel mio disegno, dico, o quello che è
B: che lo facciano! meglio, no? Chi legge verrà dopo in ordine temporale ma è destinato a illudersi se non vuole rispondere: tu arriveresti a dire, quel personaggio è preso da x e y, quelle virgole e quelle parentesi invece da z?
A: quindi secondo te dovrei fare così, per scrivere?
B: scrivere? chi ha parlato di scrivere? intendevo nella vita reale. Confondi, confondi sempre! La verità deve stare dentro, ma va dispensata con cura. Illudendo
A: scusa
B: basta scuse
A: ma sì, scherzavo! Prendi tutto troppo sul serio. Era per vedere cosa dicevi, sai che son curiosissimo! Cosa dici e che poi non fai. Ti studio, sì, ok sono anche un po' stronzo
B: fanculo.
A: amen.
B: a volte sei così pesante, ma ti senti?
A: ho un metabolismo di calorie e informazioni avanzatissimo!
B: non troppo controllato però, ricordo bene cosa m'hai detto di fare nel silenzio, quando io non ci sono
A: ma secondo te che differenza c'è tra quello che penso, quello che scrivo e quello che dico?
B: c'è sempre un passaggio in più, fosse anche solo un millisecondo per la scelta delle parole, una strutturazione
A: per me ci può essere, ma la scelta c'è sempre. le parole pensante pronunciate e scritte son pur sempre scelte. Magari sì, per i discorsi più lunghi un canovaccio può aiutare come usavano gli oratori o fanno gli oratori, ma se non siamo proprio lì ci siamo vicinissimi
B: ancora co' 'sta storia di divergere nella convergenza di opinioni, quando la smetterai?
A: ma lo sai benissimo, mostrare apprezzamento facendosi odiare è bello
B: vatti a capire
A: a proposito di canovacci, hai presente quando pensi di aver trovato una musa, e invece è solo un altro canovaccio? Quello non è bello
B: ma scherzi, vero?
A: non si capisce, forse?
B: smettila di fare...
A: il verso? ok
B: che vuoi dire? aspetta, cambio account
A: ok
B: ciao
A: ciao! e tu chi ti credi di essere? chi saresti?
B: ahahaha, che scemo, dicevi?
A: ma no niente, alla fine ho imparato un po'
B: perfetto!
A: chissà se impareranno mai anche solo la grammatica della realtà
B: ma chi, loro? che ti frega?
A: tu mica hai imparato da solo
B: va bene, ma sai quanto sarebbe faticoso? quanto si fatica per poter arrivare a noi?
A: che son sempre due che si specchiano, e poi quanti ne conti ne conti? Però bisogna stare attenti alla rifrazione
B: ma sei pazzo! silenzio! rifletti un po', lavoraci, chissà quanti soldi potresti fare!
A: non va bene così per ora?
B: ma non si capisce niente!
A: ma sì, niente è troppo strano né profondo, basta pensarci e alto basso sinistra destra profondo superficiale si confondono in maniera chiara. Se vuoi puoi mettere dei limiti, ma ricordateli e soprattutto controllali bene, prima, durante e dopo l'uso, in modo (non) sincronico
B: eh sì, ciao, troppo semplice e troppo complesso ancora
A: eh vabbè, dimmi tu qualcosa di sensato allora
B: perché non mandi al diavolo i lettori e le voglie intermittenti e mai paghe, madrelingue e malelingue? e ti chiedono: su cosa basi queste cose? da dove vieni
A: dove vuoi arrivare?
B: avresti mica già un mercato disponibile dove piazzarle?
A: no, però sì, per ora ci rinuncio, basta fare l'autore
B: smetti di scrivere?
A: in un certo senso, in un certo modo, mica posso veramente smettere di farlo, e smettere quei panni. Ne metterò di più appariscenti, forse
B: certo che ritrovare la propria posizione e il proprio momento allo stesso tempo non è facile, figurarsi parlare provando a usare tutte le lingue e codici
A: alla stessa persona poi!
B: stavi dimenticando i minimi e i massimi sistemi
A: eh, per poco! per fortuna ci sei tu
B: ma secondo te siamo soli qui?
A: di chi parli?
B: eh, l'ipocrita silente che sta lì dietro lo schermo a riflettere e provare a controllarci, nascosto tra coro e orchestra
A: chi?
B: ma non vedi quella parete specchiata?
A: non c'avevo fatto caso, o sì?
B: dici che ci controlla?
A: tu preparati una via di fuga, per ogni evenienza, di questi tempi
B: sì, andiamo, ciao
A: ciao
B: ciao
A: mi hai dimenticato? sono sicuro che non mi hai dimenticato, abbandonato tra i vari ricordi passati?
B: come potrei? sei ovunque: "voglio vedere a che punto è il mondo" e stai lì, a comoda portata
A: intendi con internet?
B: sì e no
A: e la direzione delle tue voglie, dei tuoi desideri, quelle non mica rivolte a me?
B: che ne sai? potrei farti lo stesso discorso. Sono qui ora, no? stiamo comunicando, non ti basta?
A: sì e no, spero di sì, fino a quando pur rivolgendoti a te non penserai che a me
B: eh sì, certo. Dormo, va. A dopo, cowboy decadente dello spazio!
A: e del tempo! ah, ma mi seguiresti anche quando sembrerò un quasar?
B: ti si è incantato il disco? Intanto cresci. Non è il tempo né il luogo. Son faccende private le promesse!
A: ma diventano premesse! va bene, la prossima volta. Ciao!
B: ciao.

fine



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