Così lontani seppur così vicini ci rigiriamo stretti in un letto troppo piccolo per tutte e due le nostre vite, che tuttavia in qualche modo si compensano: la mia leggerezza nello spirito è testimoniata dalle sole mutande che indosso, tu somatizzi la tua freddezza mentale e ti proteggi in tutti i sensi con magliette e calze a non finire.
Un equilibrio che è psichico fisico e termico e che niente può sbilanciare.
Parli nel sonno, sogni rinfrescando il passato e biascichi mille parole che mi entrano dentro, circolano nel mio sangue e credo di comprendere invano.

Mi sveglio da solo, da solo nel letto, solo un po' scosso dai brividi.
Ho scordato di accendere lo scaldabagno, per cui decido di non lavarmi, o forse ho deciso di non accenderlo per dimenticare di lavarmi... dettagli trascurabili, come a volte lo è l'igiene totale e a tutti i costi. Mi vesto senza fretta e con molta solitudine. Qualcosa però porto dietro con me, anzi due, una sensazione e un biglietto con orario e luogo dell'appuntamento in cui ci ritroveremo.

Il mio umore è nero come il più luminoso dei riflessi di una pozzanghera che attenta l'asciutta vita delle mie scarpe. Il mio umore è nero e me ne rallegro senza apparente motivo; eppure a prima vista niente in assoluto farebbe pensare a qualcosa di pur solo lontanamente carino in me o nelle immediate vicinanze: lo sguardo è torbido e così quello che mi
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circonda, l'acqua non fa che aumentare la forza con cui cade dal cielo e di conseguenza le macchina in segno di sfida non diminuiscono la loro, e si moltiplicano per le strade.

Ma ho in testa un pensiero, che fa capo a un odore, e la causa di quest'odore mi starà aspettando già da qualche minuto al solito ristorante per il pranzo. Solito perché non andiamo mai a mangiare nello stesso ristorante... sembra una contraddizione in termini ma non lo è, credo, sono troppo preso, permeato addirittura dal pensiero di un piumone che cattura particelle impregnate di odore che a poco a poco l'aria fredda della pioggia fa dimenticare al mio olfatto emotivo. Pioggia che riesce anche nel lavoro sulle scarpe fallito dalle pozzanghere cadute sul terreno.
Anche i jeans cominciano a inzupparsi ma per fortuna sono arrivato, in ritardo di dieci minuti, ma sono arrivato. Purtroppo non arrivare in orario a un appuntamento con una donna non vuol dire necessariamente arrivare per primi. Scanso con eleganza camerieri e occhiate anti-pregiudizi contro il mondo femminile e mi siedo a un tavolo scelto con indifferenza sulla sedia che dà le spalle all'entrata per mostrare (o fingere) la stessa indifferenza a lei quando entrerà.
Mangio le unghie e le pellicine intorno, anche se sarebbe molto più corretto dire che le mordicchio solamente, ma chi è il mio nervosismo per ribellarsi ai centenari modi di dire?
"Dovresti comprare una pallina antistress" sento all'improvviso, ma è soltanto il mio cervello che parla coi
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ricordi che ha immagazzinato.

Guardo le persone ma nessuno ricambia l'interesse, e allora chiudo gli occhi mentre aspetto.
Aspetto seduto. Ho gli occhi chiusi per il sole alto nel cielo. Un gabbiano indora di riflesso gli sguardi che lo ammirano, ma posso solo immaginarlo. Di sicuro davanti a me c'è il prato accuratamente curato dalla selvaggia natura, e tanti alberi che il vento smuove facendo parlare le foglie; a un tratto qualcosa sovrasta queste voci, è mia nonna che ha terminato le grandi opere in cucina e mi chiama. Anzi, dice soltanto di andare a lavare le mani, ma la logica è sempre stato il mio forte, sin da quando mangiai per sbaglio un sillogismo all'età di cinque anni. Sapete come sono fatti i bambini, d'altronde tutti lo sono stati e pochi tornano a esserlo. Seguo la scia del pranzo come nei fumetti senza librarmi altrettanto bene nell'aria.
Dal tavolo alle pietanze, tutto è stato preparato completamente a mano, niente è uscito da una catena industriale, magari forse le posate. Cinque intense ore di preparazione interamente dedicate alla mia soddisfazione emozional-gustativa.
O al massimo un'enorme scritta DOC sulla pelle appena marcata a fuoco, grondante sangue e bontà, se vogliamo essere più brevi e crudi insieme.

"Dovresti essere più genuino", ecco cosa ha detto, e in un attimo o poco più ho pensato a tutto ciò, forse alimentato
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dalla fame. Come si può essere genuini? E se questa mancanza di "genuinità" o chissà cosa, non fosse altro che pura e semplice atarassia? Tutte queste fantasie e domande mi stordiscono i sensi, e quando mi riapproprio della vista mi accorgo che non sono più solo al tavolo, finalmente.

"Ciao, ipocrita" e alza un angolo della bocca. Faccio per rispondere ma qualcosa cattura l'attenzione, alla mia destra: il ragazzo di quella coppia ha chiuso gli occhi, e immagino stia immaginando una qualsiasi città della grecia in età arcaica dove un coreuta privo di motivazione valida cominciò a rispondere al coro di cui faceva parte, e per tale motivo venne chiamato con quel nome con cui sono stato appena apostrofato.
In questo sogno senza sonno non si sente un bel niente, come nei vecchi film muti, ma è tutto abbastanza colorato, anche se non vividamente, io immagino così l'immaginazione, soprattutto quella altrui.
E il coro, forse proveniente da quella che chiamano realtà, da cui con costanza e insuccesso cerco in ogni modo e strumento di evadere, gli domanda: "ma tu cosa vuoi dalla vita?" e il mio mondo, per un istante che dura ancora adesso, si ferma.




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posso contattarti? boh chiocciola indiestar.it