È il solito sabato da ballare, il tributo con cui onoriamo il nostro dio personale che ci guarda, soddisfatto, muoverci nei nostri ritmi a lui congeniali, o almeno così penso per un istante, spinto con forza dall'alcool sull'orlo del baratro dell'incoscienza.
Rimango tuttavia per lo più razionale a osservare intorno le sagome e i colori sparsi, e come mi capita ormai spesso ultimamente in queste serate, alzo lo sguardo e fisso le luci che si accendono e si spengono costantemente, come fossero nuvole che si spostano volando per il cielo: io giù, ancorato dalla gravità, spero che mi prendano e mi portino via con loro, ma le spigolosità della mia faccia, del mio sguardo, non valgono coraggio da sprecare né per loro né per gli esseri umani che mi circondano. Ciò mi risparmia anche la fatica della conoscenza altrui: sono ormai convinto da anni che ogni persona è assolutamente impossibilitata a conoscere sé stessa, figurarsi un'altra, a prescindere. Ogni relazione, di qualunque grado e genere, è soltanto una sfumatura: tentare di aggiungere colore, se rimarrà sempre sbiadita, è abbastanza inutile. Mi congedo da questi paragoni adolescenziali e mi siedo, mettendomi a guardare attentamente gli altri mentre una canzone tira un'altra e non sono in grado di star loro dietro.
Lei è lì. Non riesco a controllare gli sguardi di gelosia che lancio inutilmente tra la folla; lei al contrario non mi vede: più che far finta di non vedermi mi guarda proprio attraverso, per lei sono meno di un fantasma.
Oggi mi sono innamorato ben tre volte, è un record. In negativo. Come quando mangi o bevi troppo qualcosa e anziché diventarne dipendente, ne diventi intollerante: difatti il mio corpo s'avvampa e chiazze rosse si cospargono sul petto, nascoste per bene dalla mia maglietta.
Mi apparto in un angolo e vomito tutto quello che posso sull'asfalto, poltiglia alcolica e confusione, che assorbe con noncuranza.
Non sono bravo a fare in modo che le cose vadano come desidero, non sono bravo a esternare le mie volontà subdolamente o meno, eppure a volte desidero ardentemente che le persone siano pupazzi di plastica con cui giocare a mio piacimento, piazzare dove voglio, combinarli come mi pare.
Ma non sono bravo a organizzare neanche la mia vita, che all'apparenza potrebbe sembrare disordinatamente ordinata, con ogni cosa al suo posto congeniale, più che funzionale, come ogni mia stanza dove ho vissuto da quando ho preso il possesso mentale della mia vita.
E invece sono su una macchina diretta non so dove, trascinato da una volontà più forte della mia, che quasi non esiste. Tuttavia non mi rassegno, e faccio tutto quello che posso che tentare di fuggire, mentalmente. Vorrei scendere e scappare, ma non posso, le portiere sono bloccate e i miei pensieri pure.
Usciamo dalla macchina e ci accoglie il gelo, che mi risveglia per un istante, giusto il tempo di trovare una scusa patetica ma plausibile che mi permette di andare via da loro.
Anche oggi ho fallito, anche oggi sono stato trascinato. La fuga che ho messo in atto è soltanto un ritorno allo stato iniziale, pronto a far ricominciare questa routine debilitante.
Non mi aspetta nessuno, eccetto la mia figura allo specchio, che mi guarda con cipiglio. Forse pensa che lei farebbe di meglio. Non sa che nell'attività ci sarà pure la vita, ma è nella contemplazione che si cela il piacere, forse anche a livello semantico, non m'importa scoprirlo proprio adesso.
Preferisco spogliarmi per intero, scoprire incosciamente affinità con l'immagine indefinita di un qualsiasi prigioniero di una volontà altrui che s'è manifestata costante dall'inizio del tempo: non sono in una cella, non fisicamente almeno.
Giro per la casa e voltandomi a ogni specchio colgo il particolare delle mie braccia segnate da bruciature di sigaretta che mi procuro giusto per riuscire a sentire qualcosa più del solito nulla che caratterizza le mie giornate. Per fortuna ho iniziato a fumare soltanto da un anno, indotto dalla noia di un'apatia chiamata vita.
Con la sigaretta in mano bevo baileys's sottomarca e anziché scrivere mi perdo tra le nuvole di fumo che respiro; sospirando un abbraccio qualsiasi sento il mio corpo scivolare nel qualunquismo dell'anima, inerte.


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