Gli occhi le s'aprirono avidi di novità, quel giorno, ma poco o niente nell'ambiente attorno era cambiato.
Non aveva mai ben sopportato la vista di quelle tende rosse, specie col sole di prima mattina, che le rendeva a dir poco odiose. Eppure era l'unica difesa contro gli sguardi della curiosità altrui, che era sicura capitasse di tanto in tanto a spiarla più o meno di nascosto, come soleva dirgli lui qualche tempo fa. Forse era per questo ricordo che non le piacevano, e dire che c'erano così tante cose lì intorno che avrebbero potuto ricordarle lui, ma quelle avevano un qualcosa in più, chissà perché.
Per esempio la foto di loro tre un'estate fa, lui, lei e l'altro, appesa sbilenca appena sopra il comodino.
Sbilenco anch'esso, appoggiato per miracolo alla foto, c'era un braccialetto viola che portava sempre in quegli ultimi mesi. Era stato un regalo stupido da parte di lui, e lei gliene aveva comprato un altro in cambio, ancora più stupidamente. Facevano una bella coppia di stupidi, ogni tanto, anche se nessuno lo sapeva e solo in pochi lo sospettavano.
Non ricordava se quella volta l'aveva indossato, i ricordi vanno e vengono, si sa, e quando diventano quotidiani cominciano a entrare dentro di te, ad aggiungersi al resto della tua propria personalità, tanto che è difficile buttarli via, lontani dalla memoria, fossilizzando una parte di sé.
Proprio da quella sera nella foto avevano cominciato a parlare di lui, fino al giorno prima; e stavolta un motivo c'era, e non riusciva a non pensarci.
Maledetto l'alcol e chi l'ha inventato, che sia dio, madre natura o babbo natale. Forse non doveva andare a finire così, non si poteva tornare indietro ma ricominciare magari. In qualche maniera lo sentiva dentro di sé, ma era passato così tanto tempo, e non si sentiva pronta, non lo era mai stata veramente.
Una crepa nel controllo le permise infine di provarci.
«Dormivi ancora? Senti, devo dirti una cosa...»
Lui dormiva ancora nel suo letto, anche questa volta da solo: dormiva o meglio tentava di farlo tra un rumore e l'altro che provenivano da fuori. Chissà perché i gabbiani si trovavano lì a fare casino. Che si riunissero apposta per lui?
Solo un paranoico cronico poteva minimamente pensarci, e lui era fatto malamente così, non aveva scelto di esserlo eppure faceva pochissimo per cambiare la situazione.
Neanche ai tempi dell'umanesimo qualcuno si era visto così al centro dell'universo conosciuto e no. O era l'antropocentrismo? Incuranti delle indecisioni culturali sulla scelta delle parole, quelli ancora continuavano a volare e cantare gridando chissà cosa; se fossero stati cigni o corvi sarebbe stato facile decifrare i loro messaggi.
Neanche gli acidi gastrici dormivano, ma danzavano allegri il walzer del reflusso lungo la laringe e la faringe, adorabili nei loro completini di fumo e malavita.
E i neuroni! Oh, quelli non smettevano di accoppiarsi come pazzi, senza ritegno, seguendo un ordine sinaptico segreto. Sarà un'ora che mi rigiro. Non pensare a niente, libera la mente. Ciao, come stai? Cosa dovrei dirti? Che ore sono lì? Che sembra che siano passati solo pochi giorni dall'ultima volta in cui ci siamo visti? Che sembra un'eternità quella che dovrò passare prima di rivederti in chissà quale futuro? Eppure sono mesi. Dall'una e dell'altra parte. E io in mezzo, qui, in questo limbo, ad aspettare.
Cosa ci ha separato? Una fatale divergenza di obiettivi, a scriverlo in maniera formale. E proprio della formalità s'è occupata la mia mente, come non faccio di solito. Forse sì, forse è il fatto che tutto si sia fermato proprio quando stava finalmente per partire, quando stavo finalmente per partire.
E la cosa ti ha lasciato male al punto che hai cercato altro, solo per non pensarci. Sì, diro così, non appena mi sveglio la chiamo e le dico tutto. Anzi no, le scrivo una lettera, come si faceva prima, anzi.
Questo gli circolava nel cervello, e avrebbe sicuramente continuato a farlo se solo il telefono non avesse squillato.
Il sole stava cominciando a calare, e le illusioni che aveva creato con esso. Sembrava tutto uguale, come sempre. Lavò soltanto la faccia e i denti, il resto non importava. I vestiti erano rimasti addosso dal giorno prima, non c'era bisogno di cambiarsi.
Allora prese il braccialetto, e con calma assoluta lo cestinò. E poi lo riprese, come se fosse la cosa più naturale al mondo da fare, e lo indossò nuovamente, tenendo per un attimo gli occhi chiusi. Aprì la porta riaprendoli: quindi una spessa coltre d'ego pervase il suo corpo, e si preparò ad affrontare il mondo, senza pensieri, senza ombre.


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