Credo che fuori ci sia il sole, posso solo sperarlo, mi rimane solo quello. La finestra è aperta ma il resto del palazzo oscura il mio resto con innocente malvagità.
Almeno oggi il capo mi ha dato una promozione da invidia, quella che adesso provano i miei colleghi, che ancora se ne chiedono il motivo. Odio i miei colleghi, prendono tutto troppo sul serio. Ma d'altronde questi esalterebbero parole ed emozioni per un nonnulla.
Le parole devono avere un senso e solo quello quasi. La comunicazione tra noi dev'essere perfetta, quindi vera, inequivocabilmente vera. E quando parli con loro vorresti non avere mai iniziato, davvero, mi è sempre capitato.
Non capisco tante cose di loro, ma soprattutto: cosa si credono di trovare in me? la perfezione? sembro uno perfetto, io? è in questi momenti interrogativi che di solito dico una cazzata. Tu vuoi solo sdrammatizzare la loro serietà. E tu non fai in tempo a farlo che subito se ne lamentano. Questi sei che confabulano tra loro non capendosi, mi isolano e mi sparlano e mi sfottono. I miei difetti ingigantiti all'inverosimile, come se loro fossero perfetti.
Brutti stronzi, io vi disprezzo e vi ignoro. Totalmente, non esistete.

Ho la mia vita, che ha avuto i suoi momenti, e la mia mente li ricrea, grazie anche all'ausilio di un album fotografico mentale, durante una normale pausa caffè. Oggi sfogliavo le foto di quel periodo. Mi sembrava fosse già passata un'eternità, ed è già passata. Dio si sentirebbe così: "e qui è quando ho fatto quel casino col diluvio, ti lascio immaginare il costo dell'idraulico". Ho questo pregio: posso essere blasfemo e non divertente allo stesso tempo.
Chissà se anche lui ogni tanto viene rapito dai pensieri, e torna indietro con la mente. Essere perfetti avrà anche i suoi difetti. Se fossi perfetto mi toglierei un pregio alla volta, per evitare la noia. Fino ad averne nessuno, o forse uno, e poi ricominciare. Riguadagnarli uno dopo l'altro, sfumature così vicine che si riagganciano da sole. Fino a riaverli, tutti, e poi ricominciare. Uno scivolo infinito, aggirando la noia, cui intorno ruota tutto.

Come risvegliarsi di colpo da un sogno appena iniziato, e non capire la realtà, e convincersi che essa non esista. È soprattutto questo scrivere una cosa dimenticando il suo riferimento reale che l'ha fatto scaturire.
Come le due frasi precedenti, scritte in momenti diversi che non si conoscevano l'un altro, non si riconosceranno. E così anche a caso, mischiate un senso all'altro. Che una volta rilette non avranno i loro sensi, che una volta sono esistiti a sé stanti e non si sfioravano. E una terza, a infiorettare per bene. Una quarta d'ornamento prima della quinta per allungare un po' il brodo, altrimenti sarebbe così semplice comprendere tutto. E le vostre, sei o sei miliardi.
Danzavano una grande danza attorno la noia. Solo per aggirarla, la grande dominatrice di tutto.

Ma c'era una foto che mancava. O forse erano più di una. Una raffigura l'estrema verità, che acceca e confonde.
Un'altra sei tu, che sorridi. Non scherzo dicendo che sono simili, in qualche modo. D'altronde le coincidenze e le ripetizioni non sono che controlli mirati dettati dalla casualità, che li rincorre a fatica.
Parole uguali dette da bocche simili utilizzate da persone rimpiazzabili che mi guardavano con occhi sostituibili e che ripetevano gesti soliti in contesti usuali entro determinati momenti intercambiabili. Erano i tuoi occhi, che mi comunicavano la mia esistenza, a farmi vivere, appunto. Io ero io solo e soltanto grazie a te che mi guardavi, sorridendomi. Chiunque tu fossi, durante tutta la mia vita. Ci sei stata, ci sei e ci sarai, e io dovevo celebrarti in qualche modo. Una canzone forse sarebbe stata meno complicata e accettabile, ma sono fornito soltanto di lettere a volte vuote e fuorvianti e un'ironia che non aiuta.

E il senso di tutto questo mi volta le spalle e se ne va, e le parole rimangono per sempre inesplicabili. Davvero non ci riesco, vi giuro, non mi chiedete neanche. So solo che sono certo ci sia un senso in tutto questo, in tutto quello che combino o dico, e pure se non lo saprò mai so che c'è e bramo di ricordarlo. La mia vita esiste tutta in un solo momento dilatato all'infinito.
C'è un senso, lo so. Tutto questo ha un senso, nella sua totalità. È così.
Sei tu, forse, che mi sorridi dall'altra parte delle mie parole? Mi dispiace.
O almeno credo, forse non è vero che mi dispiace, forse è solo il tuo sorriso che mi acceca e mi fa credere al dispiacere quando non è nient'altro che banale felicità. La più pura, simile a quello di un bambino che scende via lungo il suo scivolo, ignaro del senso di tutto quello che gli sta attorno.
Sentendosi un dio incosciamente, la più grande gioia inesplicabile, incosciente. Come quella di un bambino, un altro o forse lo stesso, che si rende conto e subito dopo si dimentica la prima volta in cui ha messo per iscritto i propri pensieri, e solo quelli, uno specchio del proprio io.
Come quella della mente che comprende appieno la successione di numeri primi, e prova passione totalizzante nei loro confronti separandosi da tutto il resto.
Come quella di un bacio, di due corpi uniti, di due sovrapposizioni di identità. Nel desiderio di esistenza che risiede negli angoli più segreti del cervello, dove sarà anche nascosto il senso di tutto quello che ho vissuto, sto vivendo e vivrò nella sua dilatazione più infinita possibile. Sei tu, forse?
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posso contattarti? boh chiocciola indiestar.it
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