Salve, mi presento, sono uno scrittore. Uno dei tanti.
"Dei", e non "tra" perché non amo stare in mezzo agli altri miei colleghi. La maggior parte di noi non riuscirebbe neanche a riconoscere un suo simile, e se è così ci sarà un motivo. La cosa migliore che possa capitare non è rendersi conto di fare per mestiere la stessa cosa o quasi, ma... no, sto divagando, e questo è uno dei pregi e difetti del mio lavoro, che poi è anche il mio essere.
La prima legge non scritta che dobbiamo osservare dice di non parlare, o scrivere, o far capire niente della propria essenza, o del proprio modo di lavorare, quasi la stessa cosa se mi avete seguito fino ad adesso.
Vi spiegherò addirittura come faccio a scrivere quello che scrivo, e fornirò anche un facile esempio, forse non inventato.
Fondamentalmente giro per la strada, e guardo. Vedo qualcuno, e immagino, ma sto così lontano che non sento niente, e se sento dimentico prima di trascriverlo.
Mi è precluso scrivere i dialoghi, mettere delle parole in bocca agli altri; non sarebbe giusto e non per niente sono anche un igienista convinto. Mia madre non approverebbe affatto. Difatti non penso sarebbe contenta di sapere che posso affermare falsità e fare false dichiarazioni, come e quanto mi piace, se ciò equivale a una maggiore resa emotiva. Se solo lo sapesse.
L'importante comunque è crederci, o almeno far credere. E con le parole è così facile, non come con le immagini o i suoni, che richiedono svariate alterazioni cognitive e sensoriali, per scivolare un attimo sul tecnico. Come quelle volte in cui rischi di cadere per colpa di una falsa dichiarazione, bianca nell'aspetto ma terribile dentro. Sto divagando ancora, e in maniera incomprensibile, perdonatemi. Ritorniamo all'esempio e non abbandoniamolo.
Il venerdì sera qualcuno s'innamorò. Al primo stadio, quello che fa sempre piacere, che spesso è dimenticato perché se ricordato fa troppo male, nonostante non ci sia nulla di cui vergognarsi, dichiarato o no.
Era un sabato notte, quasi mattina, e nessuno rischiava di scivolare, la pioggia o la neve sarebbero arrivate soltanto dopo due giorni. Stavo seduto alla fermata degli autobus, ad aspettarlo.
I mezzi di trasporto contemporanei sono uno dei posti che preferisco, tra i tanti dove mi capita di vedere e seguire le storie incrociarsi. Come se le vite non si incrociassero su ogni possibile centimetro quadro di questa Terra: sta di fatto che mi piacciono, sarà il colore dei sedili, dove mi trovavo nel momento in cui scorsi un personaggio.
Poco distante, irrequieto e chino su un telefonino schiacciava lentamente sulla tastiera i tasti. Lentamente, e lo teneva sempre in mano. Non bisognava certo essere dei professionisti del settore per capire che procedeva verso una meta che era difficile da raggiungere, ma tuttavia ci provava, avendo comunque paura di sbagliare.
Tutto ciò era causato dall'esercizio mentale per cui si sforzava di vedere sé stesso come l'avrebbe visto un altro. Non un altro generico, ma svariati altri specifici. E anche come l'avesse visto sé stesso, e questa era la cosa più patetica, pure a livello linguistico. Nessuno però riusciva a spiegare il motivo secondo cui indossasse due scarpe di modello uguale ma di colore diverso. E neanche lui ovviamente.
Neanche il motivo per cui si nutriva di tensioni affettive. Avete presente quando un essere umano prova qualcosa a livello fisico e mentale, ma né parole né azioni ne scaturiscono? Lui se ne cibava, letteralmente, sia che le generasse lui che fossero altri a farlo. A livello mentale, s'intende. Più a lungo duravano più piacere ne traeva.
E passava da eterno indeciso, per quello che non riesce a darsi una mossa, come se quello che aveva in quel momento non fosse quello che desiderasse, che per gli altri corrispondeva invece a qualcosa di infinitamente più materiale. Certo era in ogni caso migliore della dieta dei libri.
La cosa bella è che faceva tutto ciò incosciamente. Per questo motivo a volte pensava di essere bloccato nei sentimenti, di non provare niente. In realtà provava qualcosa, ma forse solo per una persona, che forse non sapeva, o forse sperava di esserlo. E lo speravano tante persone che lui frequentava, ma forse una, o neanche quella, era quella giusta. E se lo fosse stata forse aveva già qualcuno al suo fianco, o forse non l'avrebbe mai saputo, l'importante era sperare, credere, sentirsi pazzi per quella possibilità.
E impazzito, lui, scese giù dall'autobus, con una scelta che pareva più ponderata che tempestiva. E per poco non mi scappava, ancora col telefono in mano. Pedinare non è facile quando sei uno nuovo, e per fortuna non lo ero da un po'. È che a volte mi viene da pensare a come sarebbe una vita dall'altro lato, in mezzo a tutti quegli schemi e quelle connessioni. Dovrei scrivere qualcosa a riguardo, immaginarmi cosa sarei e cosa farei.
Roba da farmi divagare anche qui con voi, come al solito.
(continua in quello dopo, guarda il menu)


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