Non è affatto una buona idea, per iniziare un resoconto, dire che mi ero leggermente perso. Solitamente cammino lentamente e seguo l'istinto. Sta di fatto che è cominciato dal niente: così come buona parte delle cose o degli eventi che capitano. E a me più del solito, di recente.
Ero su una panchina, e studiavo, si sarebbe detto dall'esterno. L'interno invece era frantumato, e se fosse una scena da film psicologico e visionario direi che leggevo sul libro altre parole, riferite a me e alla mia vita. Più che visionario, paranoico. Ma non sono artista nella vita reale né tantomeno pazzo. Forse.
Passò una macchinina, che non saprei definire altrimenti, piena di due adulti e svariati bambini. Passò di nuovo, e una simpaticona con meno di otto anni e alta meno di un metro e mezzo (a occhio, era seduta), mi salutò: "Ciao signore!" Prima ancora di rendermi conto dell'appellativo, o forse no, la salutai di rimando con quanta più felicità possibile. E lei mi spiazzò, così: "Fuma bene!" E non tanto per il modo, quanto perché mi resi conto che ancora una volta m'ero preso una pausa dai miei compiti. Sono egocentrico, lo so.
Meglio andare da altre parti, pensai e feci. Mi ritrovai seduto sulla scalinata di fronte la Galleria nazionale d'arte moderna, più esattamente sulla scalea Bruno Zevi (se sia la preposizione corretta per quella parola non so), tra l'esedra Petar II Petrovic Njegos e quella dedicata a Giulio Carlo Argan. Come sempre ero da solo, se s'escludono gli insetti ma soprattutto le formiche che mi ballavano intorno, se mi passate l'egocentrismo. Loro invece non me lo permettevano, e mi disturbavano, più in maniera fobica che reale, su quel gradino. Dannate psicotiche. Presi quel che restava della sigaretta appena arrotolata, lo accartocciai e glielo tirai di sopra, con garbo. Cominciarono a dimenarsi, più di prima, come se quello fosse un segno divino finalmente arrivato. Brutta cosa la solitudine.
Decisi di tirare fuori il libro dallo zaino e rendere quella giornata proficua. Sogno ogni giorno di riuscirci, ogni volta. Purtroppo le parole erano distanti, troppo, e a un certo punto decisero di allontanarsi pian piano dalle righe, scivolare giù per la scalanatura dei fogli e fuggire via. Bastava chiudere gli occhi e riaprirli e tutto tornava come prima, mi accadeva spesso. Forse. Stavolta a distogliermi dall'irrealtà ci pensò il mondo esterno.
Alle mie spalle arrivava una famiglia che scendeva investendomi con rumori in un'altra lingua, e su di essa concentrai il mio fastidio. Inconsapevolmente non paghi di avermi irritato al loro passaggio, si fermarono a pochi metri davanti, continuando dei discorsi, che immaginai fossero rivolti al bambino tra di loro che rideva nonostante la canzonatura. Li lasciai alle loro risate e risalii dopo aver riconsegnato il libro al suo habitat, accanto la fotocamera, che non avevo toccato per la mancanza di impressioni positive suscitatemi dagli ambienti o persone sfiorati dagli occhi finora.
La mattina m'ero svegliato come al solito con un dolore alle gambe, la testa pesante, il resto del corpo assente e la mente non pervenuta, dispersa tra i ricordi dei sogni che avevo fatto, e che doveva abbandonare per consegnarsi inerme alla parte peggiore della giornata che stava cominciando, come sempre. In pochi attimi il cervello si svuotò di tutto e prese a pensare a ciò che andava fatto durante la giornata, a parte un dettaglio che era rimasto incagliato. Un paio di scarpe rosse, indossate da non so chi, che adesso, parecchie ore dopo, mi si presentarono qualche metro distanti da me. E si stavano allontanando.
Decisi di seguirle, ovunque stessero andando. Non è che decisi, è stato il mio corpo a farlo, dettato dall'inconscio o chi per esso. Attraversammo a distanza una ventina di strade. A un semaforo un tizio con evidente fretta stava fermo sulle strisce pedonali. Per un momento ebbi l'impulso di avvicinarmi e fargli notare la lontananza dello stop, ma non sono un tipo da diverbi. E se avesse alzato le mani? Già avevo rischiato la vita a causa di un acquedotto decandente; e poi non potevo perdere metri, stavo pedinando. Mi fece strada verso la metropolitana, giù sotto terra. Stavo lì dalla parte opposta, comunque sulla sua stessa banchina, a girarmi ogni tanto, a guardare quelle scarpe rosse.
Dall'altra parte arrivò prima. Cambiai banchina e vi salii sopra, abbandonando quell'inseguimento senza senso. Come nella maggior parte dei rapporti con cose e persone che stanno dentro la categoria "d'amore, fascinazione e altro", a qualsiasi grado li cogli: a volte sei fortunato e passa, a volte si cristallizza e sei fottuto. Stavolta era passato. Mi ripromisi che non avrei fatto più niente del genere, mi lasciai dietro la follia che m'assaliva ogni tanto. Fosse stata almeno una follia in cui annullarsi completamente, a cui delegare il mio corpo per la soddisfazione dei bisogni, qualunque essi fossero. Invece no, era parziale e anche decisamente stupida. Stupida almeno quanto me, che dovevo ancora iniziare a studiare seriamente.
O forse sbagliavo tutto. Relativamente, considerato che giusto e sbagliato alla fine dei conti non esistono mica, per dire semplificando. Piuttosto che perdermi nella follia avrei dovuto riconsiderare la negazione. Di un po' di tutto, a partire dalla biologia, in senso lato. O forse è negando che si arriva alla pazzia, e solo assecondandosi si arriva alla completezza, all'espressione di sé. Ma perché definire una sacra scrittura di me, se già avevo rifiutato tutte le altre?
Perché io sono io. Ma io chi sono? Guardando pezzetti della mia vita a caso del passato, mi vedevo oscillare tra negazione e affermazione, indifferenza e sensibilità. E continuavo a oscillare, ora dentro una metro, e dietro una folla di soggetti non interessanti.
Poi mi pare ci fu un'esplosione, e di conseguenza una frenata violenta. Era tutto confuso, non ricordo bene; non sono il più adatto a descrivere quello che è accaduto, le immagini della videosorveglianza lo farebbero meglio: mostrerebbero tutto nei più minimi dettagli, dal loro alto punto di vista oggettivo. Se solo avessero registrato qualcosa.
Chiusi gli occhi. Li riaprii la mattina, come al solito m'aspettava un'erezione. Il giorno dopo morii, niente di nuovo.


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