C'era una volta, quand'ancora la malattia della dipendenza dalla televisione non s'era diffusa in ogni stanza del creato e i cervelli annegavano nella fantasia, una casetta piccola piccola. Non così piccola, però, era grande abbastanza da contenere vite umane decenti, dell'ordine più inferiore forse. Di quelle che hanno bisogno di poco per tirare avanti, o comunque ci provano. Non è il caso di indagare, almeno adesso.
Si sa solo che era quell'esatto momento della notte in cui le ore piccole faticavano per ridiventare grandi, e i cassonetti aspettavano impazienti, traboccanti di felicità. E un bambino un po' cresciuto faticava ad addormentarsi, costringendo la madre a una veglia poco gradita ma necessaria, fatta di carezze e ninne nanne. E di favole. O fiabe, non ricordava mai la differenza, tant'è che ne conosceva soltanto una, e che fosse una o l'altra poco importava, fintanto riusciva nell'intento. Doveva farlo addormentare.
Una foto sopra un comodino le ricordava qualcuno, e l'odio era così grande che detestava persino il portafoto, ma negare quel ricordo a quel bambino non le sembrava giusto. Quindi la madre, sbadigliante, cominciò a leggere e raccontare:
C'era una volta, al confine estremo di un grande paese fiabesco e incantato nel quale regnava pace e armonia, una casetta piccola piccola, come la nostra, ma con una sola finestra, piccola anch'essa. Era una notte limpida, le nuvole avevano di meglio da fare altrove, e con esse la luna, che volgeva solamente la minima parte dello sguardo. Ma era solo una coincidenza, niente era pilotato e nessuno ancor meno era lì a pilotare alcunché. Certo, potrei cambiare parole mentre racconto, a mio piacimento, ma non lo farò.
In questa casetta viveva da un po' di tempo un ragazzo che ancora uomo non era, non poteva, e non voleva. Era vittima di un incantesimo maligno perpetrato alla nascita da una strega molto molto cattiva, almeno così si diceva dalla sua nascita.
A lui non dava fastidio, anzi ultimamente ci sguazzava anche un po'. Camminava in maniera strana con le spalle in avanti, a mo' di gobba. I capelli avevano una vita propria, e non se la godevano. Anzi cercavano di suicidarsi non appena era possibile. Nonostante ciò non era calvo, no. Le dita erano lunghe e affusolate, da pianista, gli dicevano tutti. Non aveva mai visto un piano dal vivo, se vivo può essere considerato uno strumento musicale. E anche lui faticava a considerarsi tale. Aveva solo una chitarra, scordata da qualche parte. O forse era semplicemente sfigato, e in quel caso aveva poco da farci, non è mica una parabola, questa.
Anche lui non riusciva a dormire, e passava il tempo che rubava al sonno leggendo. Non per studiare, ma per prepararsi al meglio ai momenti di decisione che avrebbe dovuto affrontare nelle pause tra le letture, il sonno, il lavoro e i bisogni di pulizia. Nei libri pensava di trovare già scritte le situazioni che avrebbe affrontato nella vita, così da partire avvantaggiato rispetto agli altri. Doveva accadere così.
Eppure ogni volta che doveva prendere una decisione si bloccava. Non all'istante, lasciava che la mente considerasse le varie opzioni, tutte le conseguenze. Non ancora deciso su cosa fare, svuotava la mente da ogni altra cosa per raggiungere meglio quel pensiero agognato, quell'azione che ne sarebbe conseguita. E lì si aggrappava, per un istante. Un istante di illusoria decisione, di quello si accontentava. Tutto lì, la mente lasciava di nuovo defluire il mare di pensieri, e lì annegava. Cambiava canale, a essere più politicamente telegenici.
Ma poteva soltanto cambiare quello che ascoltava al giradischi, mentre beveva qualcosa di caldo. Non che sentisse freddo, nonostante il cappello che portava, ma si sentiva meglio così. Intanto fuori nevicava, ma non usciva perché aveva paura di scivolare, di camminare goffamente mentre gli altri lo guardavano, di cadere davanti a tutti. Così restava a guardare alla finestra.
E dire che sembrava normale, a volte. Anche a lui piacevano le cose che tutti gli altri facevano, ma se le faceva da solo era meglio. Proprio non si trovava a proprio agio con altri attorno, e più si sforzava di farsi piacere la compagnia, peggio era, come per tutte le corde che si tirano quando non sono tanto elastiche. Stare da solo aveva però un lieve effetto collaterale, che andava a braccetto col suo essere tanto cerebrale nelle scelte. Ti ricordi il cane che cercava di mordere la propria coda ieri? Ecco.
Il problema non era tanto lo stare da solo, a volte, quanto invece trovarsi a proprio agio con qualcuno e scoprire che gli piaceva. Non riusciva a capirne il motivo, neanche con tutto quello che aveva letto o immaginato. Che fosse stata quella persona ad avvicinarsi o meno, poco importa. Così più cercava di scoprire qualcosa dell'altra persona, anche non in maniera ortodossa, più quella tendeva a sparire. E non tornare più.
Non era colpa sua, ne era sicuro. La mente gli si riempiva di strane e brutte immagini che non lo lasciavano neanche un momento. Pensava in negativo a quello che l'altra persona avrebbe potuto fare nel momento stesso in cui la pensava, e spesso era il suo cervello ad avere ragione, e stava male per questo. D'altronde era il cervello ad avere il controllo di tutto, e il cuore non poteva che seguire gli ordini.
Quella sera accadde invece qualcosa che dire strano sarebbe proprio poco: al di là della siepe vide una luce tremolante che avanzava, facendosi via via più grande tra la profondissima quiete che sovrastava ogni cosa.
Sentì un male indicibile all'altezza del cuore, ma non esattamente lì, un poco più verso il centro. I brividi correvano lungo la sua superficie del suo corpo, a ricordargli che non si sentiva ancora preparato, era ancora troppo presto. Eppure accadde.
Era la ragazzina che nascondeva tutto. Chissà perché proprio in quel momento si trovava lì. La sua storia era strana, ma quale non lo è? Riempiva la sua vita di asterischi e rimandi, e celava le cose altrove. Tutto cominciò per caso, un giorno nascose un gatto dentro l'armadio prima di uscire da scuola, e quando tornò non c'era più. Al suo posto stava solo un ricordo vago, dai contorni indefiniti. A lei quel gatto non piaceva poi così tanto, ma non l'aveva mai detto a nessuno. Accadde anche con altre cose, e persone anche. Suo padre svanì un giorno d'estate, e anche con lui andava poco d'accordo.
Ma lo faceva anche con le cose piacevoli, se non stava attenta; il piacere che ne ricavava era comunque più grande di quello che scompariva, e finché era così, perché cambiare?
Quella stessa notte in sogno si ritrovò senza nulla da nascondere, un mondo vuoto, nero o bianco non si sa, neanche i colori erano stati risparmiati.
Non aveva più niente con cui giocare, nessuno con cui parlare, nessuna pagina su cui scrivere. Ma era solo un sogno, nella realtà s'era limitata a nascondere il suo cuore, e adesso vagava per ritrovarlo chissà dove. Che fosse lì, da lui? Tolse il cappuccio, scrollandosi la neve di dosso, e bussò.
Lui stette a guardare tutto, aspettando; poi aprì la porta e...
Ma dormi! Proprio alla fine! Vabbè tanto si sa, alla fine vivono tutti felici e contenti.
Una finestrella si aprì nella porta della cella, e due occhi osservarono i sonniferi fare il proprio corso, anche stavolta. Chissà a chi o cosa pensava. Ma questa, si sa, è un'altra storia, su un altro canale.


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