Il sole sta quasi già sorgendo, eppure i numeri dicono che per te è ancora notte. Quasi ogni notte è così. Stai seduto alla scrivania davanti al computer, bevendo un caffè che svariati milioni di persone nel mondo, tra i quali coloro i quali ti ci hanno messo, non chiamerebbero tale. A te nonostante tutto piace: lungo, lento, da compagnia.
Ami berlo fumando una sigaretta, anche se a molti, i più simpatici, spesso non sembra. Tutto allo stesso momento, che non per forza è solo uno. O forse è uno solo ma abbastanza lungo.

Attorno a te ci sono tante variabili che già dopo pochi giorni avrai dimenticato, che dopo tempo saranno come mai esistite. C'è una canzone in sottofondo di cui non ricordi il titolo e il televisore dietro, di lato, trasmette muto qualcosa di cui non capiresti neanche una parola. Anche quello scomparirà dalla memoria, o dall'abitudine. Fuori solo gli uccellini e i primi treni a far loro compagnia. Ogni tanto qualche rumore sul tetto di cui non hai mai ben capito la natura.
Forse sono topi, che come i pensieri stanno lì, in alto e incontrollabili, a darti fastidio. Non fai troppo caso agli stimoli esterni, anzi vorresti annullarli per un momento, almeno una volta, e farti ascoltare in qualche modo. Ma è sempre così difficile, non hai mai niente da dire. Non che non abbia parole, forse il problema è che sono troppe. Sono sempre le stesse da anni che ti girano in testa. Sempre lo stesso tentativo di sforzo proattivo che scade nel nulla.
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Come la passeggiata notturna nel quartiere deserto e silenzioso, anzi, pacifico. Poche differenze col resto della giornata, a parte i colori e le persone, che sono comunque sempre poche, per fortuna. Forse anche l'aria, ma non è questo il punto, non è quel momento notturno né questo preciso istante che dovresti impregnare in qualche modo. Ti chiedi se mai arriverà, e quando sarà arrivato, e passato, se arriverà nuovamente. Ti neghi, soprattutto, anche nelle azioni basilari.
Quando ti addormenti pensi, o meglio sogni il domani (che puntigliosamente è oggi, solo qualche ora dopo, almeno sette). Cose da fare, da dire, da migliorare, da strafare. Mappature mentali, schemi da seguire, a volte messi su carta o su bit. Non hai nessun problema ad ammettere la loro esistenza, il problema risiede altrove, o meglio in un altro tempo, anche solo prossimo.

Così quando ti risvegli non vorresti averlo fatto, spesso ti riaddormenti, o come minimo rimani sul letto a pensare alle solite cazzate. Apri gli occhi, alzati. Cosa dovevi fare? Cosa volevi fare? Svegliati, tutti ti aspettano, almeno quelli che conosci, almeno loro s'aspettono qualcosa, ma cosa? Tu non t'aspetti niente, ti va bene per ogni cosa. Una sorta di benevolenza indifferente, per essere riduttivi (cosa che odii fare). In ogni caso le differenze tra le persone ti sembrano insormontabili. Spesso pensi che salto di fede sia l'unica espressione che possa spiegare bene quello che fai o fanno gli altri.
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Solo che a te rimane sempre un'espressione strana sul viso, anche quando comunichi con le persone, inspiegabile e spesso spiacevole, almeno da quello che hai avuto modo di capire nel corso degli anni. I sensi e i nervi forse sono più sviluppati, più sensibili, parleranno di più tra di loro. Non è colpa tua, almeno non volontariamente. Ma dove sta la tua volontà quando senti quell'angoscia nella mente, anche quando ti svegli? Forse è oppressa negli ambienti dove vivi? Lasci la finestra aperta, di modo che l'aria sia pulita e la luce possa arrivare fino a te, rischiarandoti.
Fatto sta che una volta sveglio vorresti non chiudere mai gli occhi, se non per la durata fisiologica dello sbattere delle ciglia. Allora cerchi di trovare alternative in maniera assurda: alcune volte ti sforzi di essere partecipativo, dire la tua, almeno per i pochi minuti in cui provi a credere che ciò serva a qualcosa, dato che gli altri dimenticano il novantanove per cento delle parole, delle idee, dei concetti che hai espresso, e si rifanno al passato per catalogare quello che sta davanti. Sprecarle in questo modo non ti piace, puoi farlo da solo con la tua mente, dove le lasci ammuffire. Altre volte hai desiderato di avere gli occhi ma non la mente, ma poi ripensandoci ti sei accorto che non vedresti un bel niente, o almeno così dice la scienza.
Altre vorresti allora isolarti da tutti, e per un po' ci riesci, malamente e spesso con rimpianti, che non ti dispiacciono fino al momento in cui non provi rimorsi per tali rimpianti. Circoli viziosi che si ripetono da tempo, instancabilmente e con variazioni su temi a te cari.
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Altre ancora hai solo paura che non sia cambiato niente in dieci anni, e non è la constatazione che effettivamente siano alcune cose che non cambiano a farti star male, ma la paura stessa. Forse vorresti solo sapere tutto quello che fa lei, altre volte nuotare nell'oblio, l'immaginazione è già piena anche senza la benché minima narrazione di eventi. Che sia impossibile comunicarsi tutto, nel bene o nel male, è un concetto talmente scontato che hai smesso di pensarci. Vorresti che fosse possibile, o vorresti capire almeno cosa vuoi, senza troppi problemi né giri di parole né complicazioni.

Spegni la sigaretta nel portacenere strapieno e cerchi di spegnerci dentro anche i circoli viziosi che ti tormentano. Guardi attentamente le cicche e la cenere sparsa e provi a ricavarne qualche significato nascosto, non si sa mai. Niente anche stavolta.

Sei seduto da solo nella tua stanza e bevi dalla tazza, dopo aver posato il cucchiaio su un tovagliolo. L'ultimo sorso di caffè è sempre il più freddo e il più dolce, come te e come lei, che apre la porta, alza il sopracciglio destro e ti abbraccia. Ti torna il sorriso, almeno a parole, nella mente, e rientri in te stesso prima che il vuoto ti divori, come sempre. Quanto durerà stavolta? ti chiedi.

(continua nel racconto 20, guarda il menu)

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