Sono in ritardo, perenne, ma credo che gli esercizi di pensiero migliorino la gente, e quando posso lascio le persone ad aspettarmi per ore nella speranza che migliorino un po'. Che la tradiscano non m'importa, io ci provo.

Sono in ritardo e preparo un caffè solubile che consiglia di essere versato in due cucchiaini. Io adotto la tecnica del primo cucchiaio "mah, facciamo metà, uno è troppo" e del secondo "giusto un altro po'", e lo risolvo anche stavolta mettendo più di un cucchiaio pieno, per essere sveglio al momento giusto, cioè in tutti i momenti. Non sai mai se il momento è giusto fin quando non ti scivola via, e allora è meglio prevenire.
Come il momento in cui quello che bevi non è così caldo da scottarti la lingua, né così freddo da fare schifo, ma non vorrei scadere nell'autoreferenzialità da caffè e d'altronde io lo preferisco con molto zucchero, ma su questo non ci piove, altrimenti si scioglie.

Ripresosi dallo sconforto della precedente battuta, dal fondo della tazza prosciugata fa capolino un animaletto simpatico con due antenne e molteplici zampette che mi guarda (o credo lo faccia, ho già numerose difficoltà con gli umani che hanno occhi più grandi) stranito. Mentre si arrampica sulle pareti viscose decido per lui che non è il suo momento di morire, così aspetto che sia arrivato sull'orlo, e dopo aver piegato in quattro un tovagliolo (non usato) lo schiaccio con ipocrisia (non troppa, non vorrei rompere la tazza), smaterializzandolo.

Ho dimenticato di dire che ero seduto, o forse avevo dimenticato di sedermi, fatto sta che sono in piedi che cerco una via d'uscita tra i resti di plastica e carne che affollano (con gioia, non mia) il corridoio, quando altri animaletti simpatici quanto quello di prima si fanno vivi, anche se non gocciolanti di caffè, danzando con cumuli di polvere pateticamente immobili.
Non ho tempo per tutti, troppo pensiero potrebbe far male, perciò chiedo loro di morire senza aiuti esterni e non potendo praticamente controbattere alla mia dialettica, in quanto sprovvisti dei più basilari elementi di teorie e tecniche della comunicazione, mi accontentano con noncuranza (anche qui incontro le solite difficoltà con gli umani).

Arrivo proprio sopra lo zerbino e dimentico le chiavi appese alla porta per la fretta di entrare dentro l'ascensore, che arriva al mio piano solo una volta al giorno. E quando arriva non ha pietà di nessuno e per poco non mi schiaccia tra le porte: per questo lascio sempre davanti alla porta il collare del cane invisibile appeso a un filo; o forse questo era per giustificare la pipì fatta qualche mese fa dentro il vaso del vicino est.

A notevole svantaggio della diffusione del suo nome tra le genti, un dio simpatico (sì, oggi tutti così) non si limita a far passare due autobus della linea a me più congeniale, cioè quella che dovrei prendere, ma li fa camminare su due ruote, quello davanti sulle due anteriori e viceversa, attaccati, con i due autisti ubriachi che mi fanno le corna e i passeggeri a ridere della mia disgrazia di trovare il semaforo dell'attraversamento pedonale rosso, dopo essere saltato giù dal ponte per provare disperatamente a sconfiggere, per una volta, la teocrazia che domina sugli autobus e su buon resto del creato.
Così aspetto e guardo passare altri autobus di altre linee e altri mondi, coi loro passeggeri nuovi di zecca che per fortuna non mi sfottono ma si limitano ad additarmi.

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