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Nel frattempo il cielo non sta a guardare, poiché un'enorme massa di nuvole limita il suo sguardo e fa piovere tutta l'acqua che queste possono far piovere: del resto, se sono una delle categorie più zelanti dell'universo ci sarà un cazzo di motivo, e credo sia questo, a meno di sondaggi chiarificatori.
Quasi tutto lo squallore che la pioggia lava via dal mio viso mi viene restituito non appena salgo sopra il mezzo che mi porterà (a meno di improvvisazioni o jam session) dall'altro mezzo che mi porterà (a meno di kamikaze o nubifragi) a destinazione. Controllo sul mio calendario appeso ai jeans se oggi è previsto qualche evento tra parentesi, ma niente, anzi oggi sono particolarmente fortunato in quanto non devo infilarmi dentro l'ascella di qualcuno.
Tutti quanto si fingono sardine morte per poter arrivare dove devono arrivare, al giorno d'oggi i controllori non hanno pietà (come gli ascensori) e al primo biglietto convalidato bene, scatta l'obliterazione del passeggero, che spesso ha conseguenze mortali: per fortuna ho dimenticato il biglietto da qualche parte nel cervello.
In un paio di mezz'ore tutti quanti hanno concluso i loro rispettivi viaggi intimamente consapevoli ed estremamente riconoscenti di averne condiviso una parte con me, ricompensandomi col loro sudore attaccato a ogni poro non ancora occluso dallo smog.
Faccio un salto da un parrucchiere cultore delle acrobazie spericolate, premiate con molta lisciva e poco buonsenso, costringendomi a usare un cerchio per far quadrare il mio viso un po' troppo sproporzionato.
Il gatto mi attende senza fare moine, con la recessione che c'è sembra quasi un topo. Per perdere tempo mi fa guardare il film con l'ultima ora e mezza della mia vita, ma non riesco a capire bene il finale, forse ho (avrò?) dimenticato di indossare gli occhiali o qualche altro strumento ottico non fine a sé stesso.
Esattamente al termine del film, con notevole e inaspettato tempismo, ci mettiamo ad aspettare la volpe, che a sua volta ci aspetta, per la gioia dei fan della commedia degli errori. Faccio avanzare la storia guardando un po' nel futuro, così ci incontriamo dove ci stavamo aspettando e andiamo alla ricerca del solito cazzo di autobus, che ricordo non essere mai lo stesso: la strariciclata politica usa e getta non avrà mai fine in questo triste mondo malato.
Col raffreddore alle costole partiamo finalmente in fondo all'autobus trainato da centocinque cavalli, per risparmiare, e perché il clacson è rotto e l'autista può tirare la coda e far scattare un'ola di nitrati che neanche i bitonali.
Assommiamo minuti e kilometri con violenza, delegando la prenotazione della fermata allo straniero più stupido del suo paese e di quelli a esso confinanti, e solo grazie all'intervento della sua fidanzata, più furba e intuitiva di lui nonostante stesse dormendo, riusciamo a scendere sani e salvi.
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