Vago distratto per il corridoio facendo attenzione a non sbattere contro le pareti bianco-vuote, stanco per la giornata o forse solamente oppresso dalle poco stravaganti routine della vita.
Il rubinetto del bagno gocciola, gocciola, gocciola da chissà quanto cazzo di tempo; una volta non era così fastidioso, adesso mi sembra quasi di impazzire, e mi siedo convinto che prima o poi arriverà la fatidica ultima goccia che farà traboccare il mio cervello. Chiudo la porta e alzo il volume di una canzone a caso per coprirne il rumore.
Ho l'indistinta sensazione di allontanarmi sempre più dalle persone, di scivolare piano verso un isolamento sempre più completo: cerco di proiettare questo presente nel futuro chiedendomi cosa e come lo ricorderò, quando uno squillo mi ridesta dai torpori primaverili che mi cullavano così amaramente.
Raccolgo la cornetta da terra, dov'è finita per un mio scatto rabbioso involontario, e rispondo alla voce che tentava disperatamente di parlare col tappeto: "pronto?" "ehi, finalmente, ho bisogno di te, vieni subito, ti dirò tutto dopo."
Al mio arrivo non fa una piega, è disteso sul divano con un braccio penzolante e lo sguardo rivolto verso il soffitto o spento dietro gli occhi chiusi. Mi metto a sedere sopra una poltrona poco distante non appena sento la sua voce che mi dice:
"cos'hai da guardare?"
"che ne sai che ti sto guardando, non ci arrivi nemmeno con la coda dell'occhio"
"lo so e basta. vabbè, cazzate a parte, mi ha lasciato"
"cazzate a parte, eh?"
"no no stavolta è per sempre"
"per sempre, come sempre"
"ti assicuro che è così"
"vabbè, raccontami che è successo, se non altro ti sfoghi"
"abbiamo litigato..."
"fin qui c'arrivavo da solo"
"e cristo, fammi parlare: in due parole, le ho raccontato di quel sabato, te ne avevo parlato l'altro giorno"
"certo che sei proprio un coglione"
"grazie"
"e poi?"
"e poi se n'è andata"
"per sempre.. appassionante, come storia"
"e smettila di sfottere... senti, andiamo a farci una birra?"
"non posso..."
"che cazzo, non cominciare con le solite scuse"
"non posso, davvero, scusami"
"cristo ma perché?"
"perché ti ha piantato un paio di forbici all'altezza del cuore, prima di andarsene, un unico colpo secco e fatale"
"ecco cos'era quel dolore, vabbè..."
"ti prometto che la prenderemo"
"sai cosa cazzo me ne frega, adesso"
"ha anche lasciato un biglietto con su scritto: questo è per quando mi hai fatto male"
"frank! hai finito con quel cazzo di cadavere?"
"come mi ha chiamato?"
"lascia stare, dice a tutti così"
"qualunquista"
"devo andare"
"scusa per la chiamata ma non c'erano altri disponibili e..."
"fa niente.. prendo un po' d'aria e torno".
Fa sempre niente. Salgo dentro l'ascensore e mi metto a pensare: perché non sono diventato un veterinario come sognava mamma? perché magari avresti cominciato a sentire abbaiare e miagolare comunque, almeno così capisci quello che ti dicono i morti, eh, nonostante che siano inventate da te, quelle storie, alimentate dal tuo inconscio, nonostante che siano sconosciuti a parlarti? c'è qualcun altro che non sono io che mi parla dentro l'ascensore, sulle note della musichetta.
Mi guardo allo specchio e mi ritrovo addosso una faccia diversa.
La parete di legno è ricoperta di linee, che sono parole che non riesco a leggere. Sono le note della musichetta che mi hanno parlato, è sicuro.
Ingoio una pillola prima di arrivare al piano terra e all'apertura delle porte sono di nuovo normale come la maggior parte dell'umanità pensa che la normalità sia, per chissà quanto ancora.


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